Il procuratore ha evidenziato un abbassamento dell’età dei minori coinvolti nei reati, inclusi omicidi e criminalità organizzata
Per il capo della procura di Napoli, Nicola Gratteri, il fenomeno delle baby gang porta con sé un problema che non nasce per strada, ma si forma molto prima. E soprattutto, non nasce da solo o per caso. “Man mano che passano gli anni - ha spiegato Gratteri - l'età di chi commette reati come omicidi, ma anche reati di mafia, si abbassa sempre di più”. Non si tratta di un segnale di allarme come altri, ma di qualcosa di molto più strutturato. “Siamo veramente preoccupati e allarmati”, dice, anche se la risposta, ovviamente, non può essere immediata né superficiale. Infatti, non bastano leggi più dure o interventi repressivi. “Bisogna pensare anche a ragionamenti di lungo periodo”, ha insistito Gratteri intervenendo durante un incontro sul tema presso l'Università Lumsa.
Il tema si è poi spostato sulle famiglie dei giovani che si danno alla criminalità, fatta soprattutto di violenza gratuita. Secondo il procuratore, la responsabilità principale non è dei ragazzi. O almeno, non solo. “Le responsabilità sono di tutti, soprattutto dei genitori”, ha spiegato senza troppi giri di parole. E rincara la dose con una frase che suona quasi come una provocazione: “Ci sono cinquantenni più scostumati dei figli”. Non dovrebbe meravigliare che all’interno del contesto familiare manchi un vero e proprio rapporto educativo, dove i genitori non parlano con i figli. “Devono parlare di più con i figli, ascoltarli soprattutto, non parlargli addosso”. E poi c’è il tema più attuale di tutti: la tecnologia. “Invitarli a posare il cellulare, giocare assieme”. Un’immagine semplice, quasi banale, che però dice molto sul vuoto relazionale che spesso circonda questi ragazzi.
Vuoto che, quando diventa sistematico, si evolve fino a generare qualcosa di sempre più difficile da arginare. Qui la questione si complica. Nelle aree ad alta densità mafiosa - ha spiegato - “dove manca la genitorialità è necessario che intervengano i servizi sociali”. C’è poi l’elemento istruzione e il modo in cui i genitori si relazionano con la realtà scolastica, spesso sbagliando clamorosamente: “Andare a scuola per difendere i propri figli è un errore”, perché così “si mette in discussione l’operato educativo dei professori”. È una critica diretta a quella tendenza sempre più diffusa a schierarsi automaticamente con i figli, anche quando sbagliano. Il risultato è un cortocircuito assicurato: gli insegnanti perdono autorevolezza, i ragazzi non sono più in grado di riconoscere i propri limiti, mentre i genitori finiscono con l’alimentare un vero e proprio circolo vizioso che, con il tempo, diventa sempre più difficile da gestire. “La prima soluzione per contrastare il fenomeno risiede nell’istruzione”, ha detto Nicola Gratteri, riconoscendo che anche il sistema scolastico ha le sue responsabilità.
Fonte: Il Roma
Foto © Imagoeconomica
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