Davanti al Tribunale di Caltanissetta (presieduto dal giudice Giuseppina Chianetta) è in corso il processo "Depistaggio bis" sulla Strage di via D'Amelio, incentrato sulle presunte false testimonianze rese da quattro poliziotti in relazione alle indagini sull'attentato in cui morì il giudice Paolo Borsellino. Imputati sono Maurizio Zerilli, Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi e Angelo Tedesco, tutti appartenenti al gruppo investigativo "Falcone-Borsellino", la squadra guidata dall'allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera che gestì il collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino. Secondo l'accusa, i quattro avrebbero mentito o taciuto circostanze rilevanti nel corso del primo processo sul Depistaggio, conclusosi con la prescrizione per altri tre poliziotti.
In particolare questo procedimento mira a chiarire le responsabilità nella gestione del falso pentito Vincenzo Scarantino, e a individuare eventuali livelli superiori che avrebbero orientato o coperto il Depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio. Scarantino, secondo l'accusa, sarebbe stato "indottrinato" dai poliziotti imputati nel primo processo per far sì che venissero accusati della strage persone innocenti. Il processo è presieduto dal giudice Giuseppina Chianetta.
Questa mattina è stato sentito l'ex poliziotto, oggi in pensione, Armando Infantino. Fu uno dei primi ad arrivare in via D'Amelio.
"Ero in servizio alle scorte, aggregato alla 'catturandi', e mentre ero in auto con l'ispettore Lo Presti, e credo un altro collega, sentimmo questa fortissima esplosione, che si sentì in tutta Palermo. Ci recammo in via d'Amelio. C'erano resti umani per strada. Appena arrivai nei pressi di via D'Amelio, vidi l'autista Antonio Vullo, unico sopravvissuto. Non si era reso conto dell'esplosione. Era convinto che gli altri agenti della scorta fossero vivi. Mi disse di andare dai colleghi perché diceva che erano in portineria. Ma i colleghi erano tutti a terra. Era bruciato in faccia, gli scorreva sangue dal naso. L'ho fatto soccorrere da una volante. Aveva la pistola e la puntava contro le persone. Era sotto choc. Era convinto che qualcuno volesse finirlo. E gliel'ho fatta togliere. C'era uno dei colleghi che sembrava ancora in vita perché non era ustionato ma poi sono andato a Villa Sofia e ho saputo che era morto. C'era un caos enorme. Dai palazzi, uscivano bambini, donne in vestaglia, persone ferite. Poi ho visto il dottore Ayala, è uscito con le pantofole e i calzini bianchi". La pm Chiara Benfante ha chiesto poi se sul luogo della strage fosse presente qualcuno dei servizi segreti. "No - ha risposto Infantino - o meglio, nessuno si è qualificato come tale".
La borsa di Borsellino
Ovviamente di interesse è stata la sua deposizione sulla vicenda della borsa di Borsellino. Fino al 2019, nonostante vi siano stati più processi sulla strage, non era mai stato sentito sul punto.
"Mi ricordo che il mio caposquadra, l'ispettore Lo Presti, mi disse di prendere la valigia del dottore Borsellino, o meglio in quel frangente percepii che era la borsa del giudice ma ero più impegnato a pensare ai feriti. Un carabiniere senza divisa mi ha consegnato questa valigia bruciacchiata. Quando ho ricevuto la borsa in cuoio, color marrone, era intatta, ma girandola si vedeva che era un po' bruciacchiata. Nessuno la aprì, rimase chiusa. Dal peso compresi che conteneva alcuni oggetti. L'ha data a me perché sull'evento procedeva la polizia. L'ho messa in un'Alfa 33, una delle macchine di servizio. Ricordo che c'era anche un'altra borsa a cartella, molto larga di colore chiaro, più chiara dell'altra. Può essere che fosse di un funzionario ma, devo dire la verità, c'era quest'altra valigia".
La deposizione di Infantino viene ritenuta dai pm come importante per ricostruire il percorso fatto dalla valigetta in cui Borsellino aveva riposto la sua agenda. E' nota la fotografia della borsa in mano al capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli che, nonostante sia finito sotto inchiesta prima di essere prosciolto, non ha mai detto di aver consegnato la borsa a qualcuno della polizia.
E' ugualmente noto che la borsa finisce la sera del 19 luglio nell’ufficio del capo della Squadra Mobile di allora, Arnaldo La Barbera, dove sostiene di averla portata l’agente Francesco Maggi.
In questi anni Infantino è stato sentito più volte dai magistrati. La prima volta il 12 marzo 2019 dove dichiarò: “Mentre mi trovavo in via D’Amelio un mio superiore, di cui non saprei dare indicazioni, mi consegnò una borsa di pelle che presentava delle bruciature, dicendomi di andare a posarla all’interno dell’auto, parcheggiata all’inizio di via D’Amelio. Ricordo che fuori dall’auto vi era il collega Maggi”.
Sei giorni dopo aveva dichiarato, specificando, di non aver saputo se quella fosse la borsa di Borsellino ma che “era originariamente nelle mani di un soggetto al quale un mio superiore – che al 90 % identifico nell’ispettore Lo Presti – ordinò di consegnarla al collega, cioè a me”. Inoltre aggiunse di ritenere che fosse un carabiniere anche se quella era una "sensazione" maturata al tempo e di non essere in grado di spiegarla. Ai pm che gli mostrarono la foto di Arcangioli, non riconosciuto dall'ex poliziotto, disse solo di “averlo visto in tv”.
Quando fu sentito nel 2023 Infantino ha aggiunto ulteriori dettagli: "Per quanto concerne la circostanza da me già riferita inerente il carabiniere con la placca che si avvicinava al capannello di noi personale dì polizia portando la borsa di Borsellino in mano e che vidi e sentii interloquire con Lo Presti, confermo che quest’ultimo mi fece consegnare dal militare la borsa per poggiarla dentro la macchina di Maggi”.
Tutte vicende che sono state ripercorse in aula.
Foto © Shobha
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