Si tratta dell’ultimo di una lunga serie di episodi, in un contesto già segnato da traffici illeciti e tensioni tra i reclusi
Due uomini, uno di 19 anni e uno di 34, sono stati sorpresi di notte mentre tentavano di far arrivare oltre le mura del penitenziario La Dogaia, di Prato, droga, un telefono e persino una pistola scacciacani, utilizzando un pacco fissato a una corda legata a un martello. La polizia penitenziaria li ha intercettati e fermati in flagranza, evitando che quel carico finisse nelle mani di detenuti che, con molta probabilità, lo stavano già aspettando.
Non si tratta di un episodio isolato. Quanto accaduto al penitenziario pratese è solo l’ultimo di una lunga serie di casi che documentano un flusso costante di droga, cellulari e oggetti proibiti all’interno della struttura. Un fenomeno alimentato da strumenti sempre diversi, a volte anche ingegnosi, che mette in luce le difficoltà nella gestione del carcere e la necessità di risorse adeguate per contrastare dinamiche incompatibili con la funzione rieducativa della detenzione.
Negli ultimi mesi, infatti, le indagini hanno raccontato di un istituto carcerario dove la distinzione tra dentro e fuori si è fatta sempre più sottile. Dove droghe e molto altro sono state introdotte attraverso l’uso di droni, ma anche con canne da pesca, fino a soluzioni che ricordano l’era medievale, come archi e frecce. Ora anche il martello con la corda.
Non c’è da stupirsi se, nel frattempo, nel carcere di Prato si sia sviluppato un vero e proprio mercato interno, con prezzi determinati dalla domanda e dall’offerta. Un sistema gestito dagli stessi detenuti, che esercitano il controllo attraverso violenza e intimidazioni. Lo confermano le inchieste su pestaggi, abusi e pressioni ai danni di chi tenta di sottrarsi a questo circuito, che finisce per minare il progetto rieducativo alla base della detenzione carceraria.
A lanciare l’allarme, da tempo, è il procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli, che - come ha più volte documentato anche ANTIMAFIADuemila - ha descritto una situazione fuori controllo, fatta di traffici continui e di una gestione sempre più fragile.
Fortunatamente, dopo i diversi richiami, qualcosa finalmente si è mosso: il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha annunciato lo stanziamento di fondi per installare reti anti-lancio attorno al carcere. L’obiettivo è bloccare almeno i rifornimenti dall’esterno, arginando un flusso che ha trasformato la Dogaia in una sorta di hub del contrabbando carcerario.
Come in altri istituti penitenziari italiani, anche a Prato resta aperto il problema delle condizioni di vivibilità. Alla Dogaia si continua a vivere in celle da dodici metri quadri condivise in tre, in condizioni che - come riportato da Repubblica - gli avvocati della Camera penale hanno deciso di mostrare pubblicamente con l’iniziativa “La cella in piazza”.
Foto © Imagoeconomica
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