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Che gli italiani non volevano permettere uno sfregio alla Costituzione. Se avesse vinto il Sì, presto o tardi una parte della magistratura sarebbe stata controllata o condizionata dall'esecutivo, con un danno irreparabile per la democrazia”. A dirlo è l’ex procuratore di Palermo e di Torino Gian Carlo Caselli, intervistato da Venerdì di Repubblica. L’ex magistrato (oggi in pensione) racconta una vita interamente segnata dalla lotta a terrorismo e mafia, vissuta sotto scorta dal 1974. Ricorda il legame con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e il senso di dovere che lo spinse a continuare dopo le loro morti. Descrive i sacrifici personali enormi, tra isolamento, pericoli costanti e lontananza dalla famiglia. E rievoca momenti chiave della sua carriera, dagli arresti dei brigatisti fino al confronto con boss mafiosi come Totò Riina. Nonostante la paura, rivendica il coraggio come scelta necessaria per servire lo Stato e difendere la legalità.

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