Il 'suicidio' del collaboratore di giustizia Pace: i pm chiesero di sorvegliarlo, temeva per la sua vita
Un tragico epilogo ha segnato la detenzione di Bernardo Pace, 62 anni, detenuto nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino. L’uomo, condannato a 14 anni e 4 mesi nel gennaio scorso per associazione mafiosa nell’ambito del processo Hydra — la maxi-inchiesta sulla presunta alleanza tra Cosa Nostra, ’Ndrangheta e Camorra in Lombardia — è stato trovato senza vita nella sua cella, al piano terra del padiglione E intorno alle 18.30 di ieri. Secondo le prime ricostruzioni, Pace si sarebbe impiccato. “Ai magistrati confida di temere per la sua incolumità, non mangia per paura di essere avvelenato - si legge sul ‘Fatto Quotidiano’ - Aveva un cancro terminale e ai pm spiega di aver collaborato per poter passare gli ultimi anni della vita con moglie e nipoti. Ancora tre mesi e sarebbe stato trasferito in una località protetta. O forse sarebbe uscito prima: in questi giorni il Tribunale della libertà doveva decidere se mandarlo a casa, viste le sue condizioni di salute”. “Insomma, tutto racconta di un uomo che aveva davanti solo pensieri positivi. Anche se debilitato, mai aveva manifestato intenti suicidi. Il 24 febbraio i pm di Milano lo risentono nel carcere di Torino. Sarà il suo ultimo verbale. Il 26 gli stessi pm inviano una lettera alla direzione del penitenziario per chiedere di sorvegliarlo e di tutelarne l’incolumità. Così non sarà. Martedì, il giorno della morte, il boss si mostra tranquillo. Al telefono parla con la moglie e due ore dopo viene trovato morto. Suicidio, la versione ufficiale. Si sarebbe strangolato con i lacci delle scarpe. Prima verità smentita ieri. Quando viene trovato ha stretto attorno al collo un grosso cavo che lascia un solco sulla pelle. Il cavo è talmente duro che chi interviene non riesce a tranciarlo. Difficile che un uomo comunque debilitato dalla chemioterapia abbia potuto suicidarsi in questo modo. Anche per questo ieri in Procura a Milano si respirava uno strano clima".
La Procura di Torino ha aperto un fascicolo per fare luce sulle circostanze del decesso e ha disposto l’autopsia sul corpo. La morte del detenuto assume contorni ancora più drammatici alla luce delle recenti rivelazioni: Pace, originario del mandamento di Castelvetrano e legato al clan di Paolo Aurelio Errante Parrino (parente di Matteo Messina Denaro), aveva infatti avviato da poco una collaborazione con i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano. Era stato già interrogato nel carcere di Milano-Opera prima del trasferimento a Torino, e i suoi verbali avrebbero dovuto essere depositati in vista della prima udienza del 19 marzo, quando prenderà il via il processo in rito ordinario contro 45 imputati (a fronte dei 62 già condannati in abbreviato). Pace, insieme ai fratelli Domenico e Michele, era considerato un esponente di spicco del sodalizio criminale trapelato dall’inchiesta Hydra, che ha svelato un “consorzio” mafioso capace di infiltrarsi nei settori economici lombardi, dall’edilizia alla gestione dei rifiuti, con la complicità di imprenditori e politici. La sua morte, avvenuta in regime di isolamento, solleva ora interrogativi sulla possibile istigazione al suicidio, ipotesi che gli inquirenti torinesi non escludono di approfondire.
Mentre la macchina giudiziaria si prepara a riaprire il dibattimento domani, la società civile lombarda si mobilita. Libera, insieme a decine di associazioni, sindacati ed enti locali, ha annunciato che sarà presente in aula per monitorare il processo e “rompere il muro dell’omertà”. “Vogliamo essere gli occhi e le voci dei cittadini onesti, delle comunità che rifiutano la mafia e chiedono giustizia”, si legge in una nota diffusa oggi. Tra gli aderenti, spiccano Cgil Lombardia, Arci Milano, Avviso Pubblico, Caritas Ambrosiana, e realtà territoriali come il Presidio Lea Garofalo e il Circolo Legambiente Zanna Bianca di Milano. L’appello è chiaro: “Occupiamo i territori, formiamo anticorpi sociali, informiamo le scuole. Non lasceremo che la mafia metta radici”. Il processo Hydra, definito “il più importante in Lombardia dopo Crimine-Infinito”, sarà seguito con aggiornamenti costanti, per “collegare piazza Filangieri alle piazze di tutti i comuni lombardi” e trasformare l’indignazione in azione concreta.
Maxi-processo Hydra: domani in aula i verbali segreti di Bernardo Pace
Domani, nell’aula bunker di piazza Filangieri, si aprirà la prima udienza del maxi-processo con rito ordinario sull’inchiesta Hydra, l’indagine che ha smascherato un inedito consorzio criminale tra Cosa Nostra, ’Ndrangheta e Camorra in Lombardia. Al centro dell’attenzione ci saranno i due verbali di Bernardo Pace. Settanta imputati si troveranno davanti ai giudici, mentre altri 73 (su un totale di 143 indagati) hanno già scelto il rito abbreviato, che lo scorso 13 gennaio ha portato a 62 condanne per un totale di 500 anni di carcere. Tra i condannati, oltre allo stesso Pace, figurano Rosario Abilone (imprenditore legato alla mafia trapanese, oggi al 41-bis a Torino), esponenti di Cosa Nostra palermitana come Giuseppe Fidanzati, e boss calabresi del calibro di Filippo Crea e Massimo Rosi. Tra gli imputati di domani, nomi pesanti: Paolo Aurelio Errante Parrino, detto "zio Paolo", boss di Castelvetrano e parente della famiglia di Matteo Messina Denaro, oggi al 41-bis; Santo Crea, considerato dalla Procura uno dei capi della cosca Iamonte di Melito Porto Salvo; Vincenzo Senese, secondo i magistrati rappresentante della Camorra romana, figlio di Michele Senese, detto ’O Pazzo; Gioacchino Amico, definito “l’uomo in più del Consorzio”, un mediatore tra clan che, in un’intercettazione, esclamava: “Abbiamo costruito un impero e ci siamo fatti autorizzare tutto da Milano, passando dalla Calabria, da Napoli, ovunque”.
Foto © Imagoeconomica
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