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Nicola Fratoianni, promotore della piattaforma votofuorisede.it: “Tra i giovani c’è tanta voglia di prendere posizione

Un’ondata significativa di richieste per partecipare attivamente al referendum sulla giustizia sta arrivando da cittadini temporaneamente lontani dal proprio comune di residenza: secondo i dati raccolti nel fine settimana, sono almeno 20mila le domande presentate ai principali partiti di opposizione per svolgere il ruolo di rappresentanti di lista, una delle poche soluzioni disponibili per consentire ai fuorisede di esercitare il diritto di voto. In particolare, circa 10mila richieste sono state indirizzate ad Avs, mentre il M5S e il PD ne hanno ricevute circa 3.500 ciascuno, aggiungendo infine 1.500 adesioni al comitato “Giusto dire No” e un migliaio alla Cgil. Si tratta di cifre parziali, riferite principalmente alle piattaforme online, destinate a crescere includendo le segnalazioni raccolte a livello territoriale da circoli e comitati. Il dato complessivo evidenzia quindi un'importante mobilitazione di cittadini fuorisede determinati a votare, sostenuti anche dalle campagne promosse dalle forze politiche. Mancano tuttavia i numeri relativi ai partiti di maggioranza, ma da ambienti universitari, in particolare da Azione Universitaria, si segnala una partecipazione rilevante nelle città con alta presenza studentesca.
Nicola Fratoianni di Avs, promotore della piattaforma votofuorisede.it ha dichiarato: “Un numero incredibile, senza precedenti di persone che dimostra, soprattutto tra i più giovani, a differenza di quello che dicono tanti, tanta voglia di partecipare, di prendere posizione e dire la propria”. Il governo Meloni, ha aggiunto il deputato, “ha fatto davvero una porcata nel negare il diritto di voto a 5 milioni di persone fuorisede, costringendo la maggior parte di loro a rinunciare al proprio diritto costituzionale oppure a spendere cifre folli per i viaggi e per votare”. La questione nasce da una decisione presa a fine gennaio, quando la commissione Affari costituzionali della Camera ha bocciato tutti gli emendamenti proposti dalle opposizioni al decreto elezioni. Una scelta che ha inciso direttamente su circa 5 milioni di cittadini - tra studenti, lavoratori e persone in cura lontano da casa - che potranno votare solo rientrando nel proprio comune di residenza, affrontando spese spesso elevate o contando su agevolazioni limitate offerte dai trasporti. Si tratta di un’inversione rispetto a quanto avvenuto nel 2024 e nel 2025, quando, in occasione delle elezioni europee, dei referendum su cittadinanza e lavoro e delle amministrative, lo stesso esecutivo guidato da Giorgia Meloni aveva introdotto, in via sperimentale, la possibilità per studenti e lavoratori di votare nel luogo di domicilio temporaneo. La maggioranza ha giustificato tale scelta per il referendum parlando di assenza dei tempi tecnici necessari per estendere il voto fuorisede, anche alla luce dei numeri registrati nelle precedenti sperimentazioni. Per aggirare l’ostacolo, nelle ultime settimane i partiti hanno quindi attivato campagne dedicate e strumenti digitali per reclutare rappresentanti di lista tra i fuorisede, offrendo così una possibilità indiretta di partecipazione. In Italia, infatti, manca ancora una normativa stabile che regoli il voto fuori dal comune di residenza: le aperture degli anni precedenti erano state introdotte caso per caso attraverso decreti specifici per ogni consultazione, soluzione che non è stata replicata per questo referendum. Già nel 2023 la Camera aveva approvato una proposta di legge, a prima firma dell’esponente Pd Marianna Madia, con l’obiettivo di rendere permanente il diritto di voto nel luogo di domicilio ma il testo, trasformato successivamente in una legge delega, si è però arenato al Senato, dove resta fermo da circa due anni senza ulteriori sviluppi.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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