Il procuratore di Napoli difende il passaggio tra giudice e pm
“Con questa riforma si indeboliscono le garanzie degli indagati più deboli e degli imputati poveri”. E ancora: “Con la riforma Cartabia si può scegliere di cambiare funzione una sola volta entro dieci anni di carriera. Io invece penso che il passaggio – da pm a giudice e viceversa – dovresti cambiarlo quante volte lo desideri, perché se fai prima il giudice e poi il pubblico ministero, capisci meglio cos’è la prova e cosa serve per andare in giudizio”.
A dirlo è il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, intervistato dal direttore del Fatto Quotidiano, nonché autore del libro “Perché NO. Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole” (ed. PaperFIRST), Marco Travaglio.
Insomma, un pm con esperienza di giudice comprende meglio quali prove sono necessarie per sostenere un caso in tribunale. Un giudice con esperienza di pm capisce il processo di acquisizione delle prove e come sono state costruite.
Molti grandi magistrati, “quelli che sono riusciti ad andare in pensione da vivi - ha ricordato Travaglio - hanno quasi tutti fatto sia il pubblico ministero sia il giudice: Falcone, Borsellino, Livatino, Gherardo Colombo, Giancarlo Caselli eccetera”.
Appare dunque piuttosto contorto il discorso che intende promuovere la separazione delle carriere in magistratura.
“Stando a questa logica, bisogna separare le carriere perché poi al CSM ti trovi il giudice che ti ha dato torto, e quindi ce l’ha con te o viceversa”, ha spiegato Gratteri. Per coerenza, si dovrebbe allora avere un Consiglio Superiore della Magistratura separato per i giudici di primo grado, d’appello e di Cassazione.
Nel caso in cui dovesse vincere il “SÌ” al prossimo referendum, la preoccupazione è per gli ultimi, ha precisato il magistrato. Ci troviamo, infatti, davanti a una riforma che non impatta tanto sui magistrati, quanto sui cittadini, soprattutto i più deboli e poveri.
Il punto, differentemente da quanto sostenuto dalla politica favorevole a questa linea, è che il pubblico ministero non ha bisogno, in questo caso, di essere più forte, “ma imparziale, tranquillo”. Questo perché “un imputato ricco, potente, si sceglie i migliori avvocati, si sceglie diverse agenzie investigative con costi notevoli e si difende da un pubblico ministero forte”.
Mentre - prosegue Gratteri - “un poveraccio che a malapena riesce ad arrivare alla fine del mese, incappa in un’indagine”, ha bisogno di un pubblico ministero che sia eticamente costretto a fare indagini anche a garanzia di questo indagato meno abbiente, che non può permettersi gli stessi strumenti costosi in grado di scagionarlo in caso di innocenza.
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