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Per il presidente del Tribunale di Palermo “è a rischio la democrazia

Quando i controlli sul potere vengono indeboliti, la democrazia entra in una zona di pericolo. È da questo allarme che è partito l’intervento di Piergiorgio Morosini, durante la presentazione del libro “Mani Legate” (PaperFIRST), scritto insieme alla giornalista de Il Fatto Quotidiano Antonella Mascali. L’incontro si è svolto nella redazione milanese di Scomodo, in un evento organizzato insieme ad Our Voice e ANTIMAFIADuemila. Al centro del confronto, il referendum costituzionale sulla riforma della magistratura e il suo impatto sull’equilibrio democratico del Paese.
Morosini ha chiarito fin da subito che la posta in gioco non riguarda semplicemente una modifica tecnica dell’ordinamento giudiziario. “La presentano come la cosiddetta riforma della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri - ha spiegato -, ma in realtà il vero tema di questo referendum è la separazione tra i poteri dello Stato”.
Il magistrato ha ricordato che la Costituzione del 1948 aveva costruito un sistema preciso per garantire l’indipendenza della magistratura dalle interferenze politiche. “I padri costituenti avevano costruito quest’organo che si chiama Consiglio Superiore della Magistratura proprio per garantire alla magistratura di operare serenamente senza le interferenze soprattutto del governo”.


mani legate

Il Consiglio Superiore della Magistratura, ha sottolineato Morosini, è infatti l’organo che decide sulla vita professionale dei magistrati: “Si occupa di chi deve accedere in magistratura, chi deve essere trasferito, chi deve essere promosso, chi deve essere sanzionato disciplinarmente”. Per questo motivo, ha spiegato, i costituenti tolsero queste competenze al potere esecutivo. “Se io, esecutivo, ho la competenza per decidere sulla tua vita professionale di giudice o pubblico ministero, io praticamente ho in mano la situazione e posso interferire soprattutto sui processi politicamente, socialmente ed economicamente più sensibili”.
Per spiegare il senso storico di quella scelta, Morosini ha richiamato uno degli episodi più drammatici della storia italiana: il delitto di Giacomo Matteotti nel 1924. In quel caso, ha raccontato, il pubblico ministero Guglielmo Tancredi stava indagando sull’omicidio e sui possibili mandanti politici quando intervenne il potere politico. “Il ministro di Grazia e Giustizia di allora, quando si rende conto che Tancredi contesta ufficialmente l’omicidio premeditato, fa una cosa molto all’italiana: il cosiddetto ‘promoveatur ut amoveatur’”. Il magistrato viene promosso e trasferito, e l’indagine gli viene sottratta. “Il nuovo pubblico ministero cambia il capo di imputazione: non più omicidio premeditato ma omicidio preterintenzionale”. Il risultato fu una condanna minima per gli esecutori materiali e la fine delle indagini sui mandanti.
È proprio per evitare situazioni simili che, secondo Morosini, i costituenti costruirono l’attuale assetto della magistratura. “Quando nell’Assemblea Costituente discutono come garantire l’autonomia dei magistrati hanno ben presente queste vicende del passato. E fanno di tutto per creare un organo che renda giudici e pubblici ministeri impermeabili alle interferenze della politica”. Secondo il presidente del tribunale di Palermo, la riforma su cui gli italiani saranno chiamati a votare metterebbe in discussione proprio questo equilibrio. “Questo è l’organo che questa riforma smantella: verrà diviso in due, depotenziato delle sue competenze e delegittimato”. In particolare, ha spiegato, cambierebbe anche la composizione dei nuovi organi di governo della magistratura. “Si costituiranno organi che si occupano della vita professionale dei magistrati che avranno una trazione politica, cioè della maggioranza politica del momento”. 


morosini milano


Un altro punto critico riguarda il metodo con cui la riforma è stata approvata. Morosini ha ricordato che la Costituzione fu scritta con un largo consenso tra forze politiche diverse. “Non hanno fatto la Costituzione a colpi di maggioranza: hanno cercato sempre delle soluzioni che mettessero insieme le diverse sensibilità”. Questa riforma, invece, “è stata votata solo dalla maggioranza di governo e non è cambiata di una virgola dal momento in cui è entrata in Parlamento”. Una dinamica che, secondo il magistrato, rappresenta una rottura con lo spirito costituzionale. “È stata una riforma votata senza essere realmente discussa”.
Morosini ha anche contestato la narrazione secondo cui la riforma servirebbe a migliorare il funzionamento della giustizia. “Questa riforma non accorcia neanche di un giorno i processi, non migliora la condizione dei carcerati e non rende più moderno il sistema”. Dal suo osservatorio a Palermo, i problemi della giustizia sono altri: carenza di personale, carichi di lavoro enormi, lentezza nei procedimenti civili e condizioni drammatiche nelle carceri. “Abbiamo negli ultimi anni una media di 90 suicidi all’anno nelle carceri. Ci sono istituti con stanze di 12 metri quadrati in cui vengono tenuti otto detenuti. In alcune strutture una doccia serve trentasei detenuti”.
Problemi concreti che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini. “Ci sono imprenditori che rischiano di fallire perché non riusciamo a dare loro una risposta in tempi adeguati. Ci sono donne che chiedono l’affido esclusivo dei figli per sottrarli a contesti violenti e non riusciamo a decidere rapidamente”. Su tutto questo, ha ribadito, la riforma “non dice assolutamente nulla”. Il magistrato ha inoltre criticato il clima del dibattito pubblico. “Si sta facendo passare l’idea che questo sia un voto pro o contro la magistratura. Ma non è così”.
Morosini ha ricordato che il sistema disciplinare italiano è tra i più severi in Europa. “In Italia si infliggono ai magistrati tre volte le sanzioni disciplinari dei magistrati francesi e il doppio di quelle dei magistrati spagnoli”. Solo nell’ultimo anno, ha detto, “ci sono state otto radiazioni dalla magistratura”. E ha chiamato in causa il caso noto come “Hotel Champagne”, legato all’ex magistrato Luca Palamara (radiato per quella vicenda). “Quella vicenda emerge grazie all’attività di altri magistrati e alle intercettazioni. I consiglieri coinvolti sono stati costretti alle dimissioni e pesantemente sanzionati, e Palamara è stato radiato dalla magistratura”. 


morosini scomodo milano


Nel corso dell’incontro il magistrato ha collegato il tema della riforma italiana a un fenomeno più ampio che riguarda molte democrazie occidentali. “In questo momento c’è una forte volontà, in diverse democrazie, di sbarazzarsi dei controlli della magistratura”. Ha citato come esempio la reazione di Donald Trump alle decisioni della Corte Suprema e le tensioni istituzionali in paesi come Polonia e Ungheria. “Gli esecutivi stanno soffrendo i controlli degli organi di garanzia e cercano di renderli inoffensivi”. Il rischio, secondo il magistrato, è che la competizione tra Stati porti a una progressiva erosione dei principi democratici. “Le dittature hanno processi decisionali più rapidi perché non hanno controlli. Ma se per essere competitivi rinunciamo ai limiti del potere, significa che anche noi stiamo diventando una dittatura”.
Per questo il presidente del Tribunale di Palermo ha concluso richiamando il ruolo dei cittadini nel difendere l’equilibrio democratico. Richiamando le parole del magistrato Francesco Saverio Borrelli, ha invitato a difendere i principi costituzionali con un impegno civico consapevole. “Il nostro compito di cittadini in questo momento è resistere. Resistere significa esercizio della ragione, significa documentarsi, confrontarsi con gli altri e difendere l’idea di uno Stato democratico”.

Foto © ACFB 

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