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La risposta di Morvillo: “La colpa è di chi l’ha portata in certi uffici, dove un tempo lavoravano persone di altro livello” 

Il tono con cui il capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, sembra vivere la fase che precede il referendum sulla giustizia del prossimo 22 e 23 marzo è difficile da non notare.  A confermarlo è anche il suo recente intervento durante un dibattito televisivo sull’emittente Telecolor Sicilia, dedicato proprio al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati.
Tra gli invitati al dibattito c’erano la senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi, l’avvocato Fabio Anselmo, il componente laico del Consiglio superiore della magistratura Felice Giuffrè, il consigliere togato Marco Bisogni della corrente centrista Unicost e, in collegamento, il giornalista del Fatto Quotidiano Giuseppe Pipitone.
Rispondendo a una battuta di Bisogni, il capo di gabinetto ha detto: “Marco, io ho un’inchiesta in corso, io scapperò da questo Paese”. Un’affermazione che ha spinto Pipitone a chiedere chiarimenti: “Ho capito bene o la dottoressa Bartolozzi ha detto che intende andare via dall’Italia perché è sotto inchiesta per il caso Almasri?”.
Nel 2025, infatti, Bartolozzi è stata iscritta nel registro degli indagati dalla Procura di Roma per presunte “false informazioni al pubblico ministero” nell’ambito dell’inchiesta sul generale libico Almasri, aperta dopo le polemiche sulla sua presenza in Italia e sulle eventuali mancate iniziative delle autorità, con l’ipotesi di omissione di atti d’ufficio che coinvolge anche esponenti di governo. Un esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati anche del ministro della Giustizia Carlo Nordio, del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, insieme alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, per ipotesi di favoreggiamento, peculato e omissione di atti d’ufficio legate alla scarcerazione e al rimpatrio con un volo di Stato del generale libico, nonostante su di lui pendesse un mandato di arresto della Corte penale internazionale. La posizione della premier Meloni è stata poi archiviata.
Tornando al dibattito televisivo sull’emittente Telecolor Sicilia, alla richiesta di chiarimenti del giornalista del Fatto Quotidiano, la risposta di Bartolozzi è arrivata rapidamente: si trattava soltanto di una battuta. Subito dopo, però, sono arrivate altre parole che hanno acceso la polemica, proseguita a mezzo stampa anche nei giorni successivi: “Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione”.
Come se non bastasse, prima di pronunciare la parola “plotone”, che già di per sé rappresenta un’accusa pesante nei confronti della magistratura, Bartolozzi sembra accennare a un’altra espressione - “pi-lo-ta…” - interrompendosi però prima di completarla. Una pausa che, a rivedere il filmato, dà quasi l’impressione di un taglio avvenuto in fase di montaggio, come se quella parte fosse stata eliminata prima della messa in onda della puntata, registrata e poi trasmessa in differita. Che Giusi Bartolozzi intendesse dire “pilotata”, riferendosi alla magistratura? Difficile dirlo con certezza. Tuttavia, proprio quella parola appena accennata e forse tagliata in fase di produzione lascia il dubbio che stesse per affiorare un’accusa ancora più esplicita, rimasta sospesa prima di essere pronunciata per intero, con tutte le conseguenze del caso. 


nordio carlo pbassani

Carlo Nordio 


Ad ogni modo, sulle dichiarazioni del capo di gabinetto di via Arenula, che risuonano quasi paradossali se si considera che lei stessa, prima di assumere l’incarico al ministero della Giustizia, è stata una magistrata, lavorando, tra l’altro, nei tribunali di Gela e Palermo e successivamente alla Corte d’appello di Roma, è arrivata un’analisi interessante del giornalista e scrittore Saverio Lodato: “Lei è l’unica di questa storia che conosce, interna corporis, tutto quello che accade nel ministero sul caso Almasri”.
Con la sua analisi, giunta nella serata di ieri presso il Teatro Garbatella di Roma, durante la presentazione del libro “Stragi d’Italia (ed. Fuoriscena), scritto dallo stesso Lodato insieme all’avvocato Luigi Li Gotti, il noto giornalista, che per anni ha seguito da vicino le indagini giudiziarie che hanno scalfito il potere di Cosa Nostra raccontandone le connessioni con i poteri politici ed economici, ha messo l’accento proprio su quella parolina pronunciata pochi giorni prima da Bartolozzi e rimasta incompiuta: “pi-lo-ta…”.
Io ho ascoltato le dichiarazioni di Bartolozzi quando ha definito i magistrati ‘un plotone di esecuzione’”. Parole che hanno scatenato le reazioni di questi giorni, compresa quella del ministro Carlo Nordio, “che prima ha detto che Bartolozzi si sarebbe scusata, ma che forse non si scuserà più”.
Poi, nel merito della parola “tagliata”, ha aggiunto: “Sorge il dubbio che”, riferendosi ai magistrati, “lei avesse detto che sono pilotati”. Salvo poi decidere che “l’affermazione era troppo grave e ha ripiegato sul plotone di esecuzione”. In caso contrario, “se avesse detto che sono pilotati, avrebbe dovuto dire anche da chi sono pilotati”.
Da qui, la domanda sorge spontanea: “Chi è in grado di pilotare l’intera magistratura italiana se non il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, vale a dire il capo dello Stato, Sergio Mattarella?”. E aggiunge: “Se ricordate, alcuni mesi fa si è scatenata una polemica sollevata da Fratelli d’Italia”, secondo la quale alcuni consiglieri del presidente Mattarella avrebbero lavorato a un presunto “piano per fermare Giorgia Meloni”, ipotizzando iniziative politiche o istituzionali che potessero portare alla caduta del governo.
Alla luce di questo, “sono convinto che questo taglio andrebbe spiegato”, ha sottolineato Saverio Lodato riferendosi alle dichiarazioni incomplete pronunciate da Bartolozzi durante il suo intervento a Telecolor. Sembra piuttosto “ovvio che l’attacco frontale sia verso chi rappresenta la figura apicale della stessa Repubblica Italiana: il Capo dello Stato”, prosegue.
L’esposto dell’avvocato Li Gotti sul caso Almasri ha chiamato in causa la premier Meloni, i ministri Nordio, Piantedosi e Mantovano. Loro si sono scudati con la maggioranza del Parlamento” ha ricordato Lodato riferendosi alla posizione dei ministri. “Io non vorrei che Bartolozzi si sentisse in questo momento il capro espiatorio che rischia di pagare perché, non essendo scudata, mette in conto una condanna che teoricamente potrebbe portare a un arresto, tanto da dover dire: se vince il No io vengo condannata e, di conseguenza, sono pronta a scappare all’estero e a fare le valigie”, ha proseguito Lodato riferendosi alla “battuta” pronunciata da Bartolozzi. 


lodato firenze pbassani

Saverio Lodato 


La reazione dei familiari dei giudici assassinati

Le parole pronunciate dal capo di gabinetto del ministro della Giustizia Nordio sono state commentate anche dai familiari dei magistrati assassinati da mafia e terrorismo, rimasti inevitabilmente indignati da dichiarazioni che restituiscono soltanto “ignoranza assoluta o malafede”.
Il pensiero va, per esempio, a Guido Galli, magistrato ucciso il 19 marzo 1980 nei corridoi dell’Università Statale di Milano da un commando dell’organizzazione terroristica Prima Linea. Quel giorno fu sua figlia Alessandra - ha ricordato il giornalista Giuseppe Pipitone sul Fatto Quotidiano - allora studentessa di giurisprudenza, a dover riconoscere il corpo del padre. Oggi anche lei è magistrato e non nasconde l’amarezza per quelle dichiarazioni.
Nella migliore delle ipotesi chi ha parlato non sa nulla della storia della magistratura. Nella peggiore”, ha proseguito riferendosi a Bartolozzi, che ha pure un passato come magistrato, “è completamente indifferente al fatto che tanti magistrati siano stati uccisi per aver difeso la Carta”. E aggiunge una riflessione che pesa ancora di più proprio perché arriva da chi indossa la toga: “Posso anche capire che un cittadino comune ignori cosa ha fatto la magistratura in questo Paese. Ma è annichilente che non lo sappia, o non ne tenga conto, chi ha rappresentato la stessa funzione”.
Ad intervenire con decisione è stato anche Alfredo Morvillo, magistrato e fratello di Francesca Morvillo, la giudice morta nella strage di Capaci insieme al marito Giovanni Falcone. “Quelle parole si commentano da sole”. E ancora: “La colpa non è di Bartolozzi, ma di chi l’ha portata in certi uffici, dove un tempo lavoravano persone di ben altro livello”.
A ricordare cosa significhi davvero l’espressione “plotone d’esecuzione” è anche Eugenio Occorsio, giornalista e figlio del magistrato Vittorio Occorsio, tra i primi pubblici ministeri a indagare sui legami tra eversione neofascista, massoneria e apparati deviati dello Stato. Occorsio fu assassinato il 10 luglio 1976 da Pierluigi Concutelli, terrorista di Ordine Nuovo, che lo colpì con trentadue colpi di mitra. “I veri plotoni di esecuzione la magistratura li ha conosciuti da vicino: sono quelli che sparavano sui magistrati”, ricorda oggi il figlio. “Non riesco a capire il motivo di questo livore da parte di una persona che, tra l’altro, è una giudice. Altro che scivoloni: secondo me queste dichiarazioni tradiscono il vero pensiero dei sostenitori della separazione delle carriere. I magistrati sono ostacoli per gli obiettivi del governo”.
È aberrante esprimersi in questo modo”, ha commentato invece Salvatore Borsellino, fondatore del Movimento delle Agende Rosse e fratello del giudice Paolo Borsellino, ucciso nella strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992. “Non c’è più pudore. Questa gente”, sottolinea Borsellino, “ha preso il potere e si sta comportando come peggio non poteva”.
Per Marco Alessandrini, figlio del magistrato Emilio Alessandrini, assassinato il 29 gennaio 1979 da un commando di Prima Linea, il tono dello scontro politico potrebbe anche peggiorare ulteriormente. “A giudicare dalle dichiarazioni che ci regala ogni giorno Nordio, evidentemente al ministero sono richieste questo tipo di qualità”.
Infine, la testimonianza della figlia del magistrato Bruno Caccia, Paola, che ha pensato al fatto che il sacrificio di suo padre, ucciso dalla ‘Ndrangheta il 26 giugno 1983, e di altri come lui, corra il “rischio di essere stato inutile”. 

Foto © Paolo Bassani 

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