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La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza che imponeva gli arresti domiciliari all'ex prefetto Filippo Piritore, indagato per depistaggio nell'ambito delle indagini sull'omicidio di Piersanti Mattarella. Il funzionario, ex poliziotto, era ristretto in regime di custodia cautelare da ottobre scorso e torna immediatamente in libertà.
I giudici della sesta sezione penale hanno accolto integralmente il ricorso presentato dai difensori dell'indagato, gli avvocati Gabriele Vancheri e Gianluca Tognozzi. In questo modo è caduto il presupposto originario della misura cautelare: l'ordinanza applicata in origine dal Gip di Palermo e successivamente confermata dal Tribunale del riesame dello stesso capoluogo siciliano.
Le motivazioni della sentenza saranno depositate nelle prossime settimane. Secondo quanto emerso finora, i legali di Piritore avevano concentrato la loro strategia difensiva sull'assenza di gravi indizi di colpevolezza a carico del proprio assistito, e l'esito della pronuncia sembra confermare che tale argomentazione abbia convinto i magistrati della Cassazione.
L’ex prefetto era finito agli arresti domiciliari con l'accusa di aver fatto sparire un guanto indossato da uno dei responsabili materiali dell'omicidio di Piersanti Mattarella, allora presidente della Regione siciliana e fratello dell'attuale Presidente della Repubblica. Il delitto avvenne il 6 gennaio 1980 a Palermo, in via Libertà. L'indumento era stato rinvenuto all'interno della Fiat 127 utilizzata dai due assassini – rimasti ignoti – e abbandonata a circa un chilometro dal luogo dell'agguato.
Dopo l'assoluzione definitiva di Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, legati all’estrema destra eversiva, le indagini odierne si concentrano su due esponenti di Cosa nostra: Giuseppe Lucchese e Antonino Madonia, entrambi indagati come esecutori materiali.
Il guanto, se fosse stato conservato, avrebbe oggi permesso – grazie alle tecnologie forensi attuali – di estrarre il DNA di chi lo aveva utilizzato, fornendo potenzialmente un elemento decisivo per l'identificazione. Il presunto depistaggio risale ai giorni immediatamente successivi al delitto, 46 anni fa.
Dalle carte del 1980 – in particolare dai verbali di perquisizione e sequestro e dalle fotografie scattate dalla polizia scientifica all'interno dell'utilitaria – emergeva chiaramente la presenza del guanto nell'abitacolo. Tuttavia il reperto non risulta mai essere stato depositato e custodito nell'ufficio corpi di reato della Procura, come invece previsto dalle norme.
Nel corso di un interrogatorio reso due anni fa ai magistrati di Palermo, Piritore fornì una ricostruzione dei fatti giudicata dagli inquirenti poco credibile. Ulteriori elementi a carico sarebbero emersi dalle intercettazioni ambientali dei colloqui intrattenuti dall'indagato con la moglie, ritenute indicative di condotte finalizzate a occultare la verità.
La decisione della Cassazione riapre ora completamente lo scenario processuale sull'accusa di depistaggio rivolta all'ex prefetto.

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