Per l’accusa la dirigente di via Arenula “ha mentito” ai pm. L’esecutivo attacca le toghe, M5S: “Insinuazioni gravi”
Al centro del cosiddetto “caso Almasri” è finita anche Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Ministero della Giustizia. Secondo la Procura di Roma, la dirigente avrebbe fornito ai magistrati una versione dei fatti non corrispondente al vero, con l’obiettivo - è l’ipotesi accusatoria - di “proteggere” il ministro Carlo Nordio da eventuali responsabilità politiche o amministrative.
Tutto ha origine tra la fine di marzo e l’estate del 2025, quando la mancata convalida dell’arresto del generale libico Osama Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale, e la successiva scarcerazione con rimpatrio su volo di Stato hanno sollevato dubbi e perplessità. A segnalare la vicenda ai magistrati è stato l’avvocato Luigi Li Gotti, che ha denunciato presunte irregolarità e omissioni informative nella catena decisionale, aprendo così un fronte giudiziario tuttora in corso. L’avviso di conclusione delle indagini notificato alla dirigente di via Arenula rappresenta infatti il passaggio che apre la strada a una possibile richiesta di rinvio a giudizio.
L’accusa riguarda presunte false dichiarazioni rese il 31 marzo davanti al Tribunale dei ministri, quando Bartolozzi sostenne che il Guardasigilli non fosse a conoscenza del percorso amministrativo che aveva portato alla liberazione del generale libico. Tuttavia, secondo i giudici, emergerebbero “almeno quattro incongruenze” nella ricostruzione della capo di gabinetto, a partire dalla gestione di una bozza ministeriale che avrebbe potuto consentire la convalida dell’arresto ed evitare la scarcerazione.
In particolare, Bartolozzi avrebbe dichiarato di non aver mai sottoposto quel documento al ministro. Una versione che, per il collegio, contrasterebbe con il rapporto di comunicazione costante tra i due, caratterizzato - come ha riferito la stessa dirigente - da contatti avvenuti “decine di volte al giorno”. Anche la questione dei tempi non ha convinto i giudici: la finestra temporale indicata dalla capo di gabinetto come estremamente ristretta risulterebbe smentita dalle testimonianze di altri dirigenti ministeriali, che avrebbero segnalato con precisione le scadenze e la data dell’udienza fissata dalla Corte d’appello.
Nel frattempo, la Camera ha avviato la procedura per un conflitto di attribuzione, sostenendo che Bartolozzi non possa essere processata senza il via libera del Parlamento poiché, secondo la maggioranza, il suo ruolo le garantirebbe tutele simili a quelle dei ministri. In pratica, si è creato un “doppio binario”: da una parte la magistratura che conclude le indagini, dall’altra il Parlamento che intende decidere se il procedimento potrà proseguire. Questo, mentre le opposizioni parlano già di un possibile “salvacondotto istituzionale”.
In questo contesto, la reazione del ministro Nordio è arrivata quasi immediata. Il Guardasigilli ha espresso “perplessità” sulla tempistica della notifica, ribadendo però “la massima e incondizionata fiducia” nella sua collaboratrice, destinata - ha assicurato il ministro - a continuare a lavorare al suo fianco nella riforma della giustizia.
La risposta di Bartolozzi è stata altrettanto netta: “Mi è stato appena notificato, per il tramite del mio legale, l’avviso di conclusione delle indagini preliminari da parte della Procura di Roma. Sono assolutamente serena - ha precisato - e, senza condizionamenti, continuerò a lavorare con senso di responsabilità”.
Ovviamente, il caso è diventato rapidamente anche terreno di scontro politico, con la maggioranza che lo ha subito inserito nel clima della campagna referendaria sulla giustizia. Il senatore della Lega Gianluca Cantalamessa ha parlato di una coincidenza che merita riflessione, sottolineando la notifica a poche settimane dal referendum. Lo stesso Nordio si è detto, appunto, “perplesso” per le tempistiche con cui è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini. Di segno opposto la lettura delle opposizioni, che vedono nella reazione della maggioranza l’ennesimo attacco all’indipendenza della magistratura. I rappresentanti del Movimento 5 Stelle nelle commissioni Giustizia hanno parlato di “insinuazioni inaccettabili”, sostenendo che le critiche del ministro servano a delegittimare chi esercita il controllo di legalità. Sulla stessa linea il Partito democratico: Federico Gianassi ha definito le dichiarazioni di Nordio un nuovo “tentativo di ingerenza”, accusando il governo di insinuare dubbi sulla buona fede dei magistrati quando adottano decisioni sgradite alla politica.
Ciò che invece sembra essere stato dimenticato, almeno nella compagine di maggioranza, è il video diffuso sui social da Giorgia Meloni contro il procuratore Francesco Lo Voi all’indomani dell’avvio del caso Almasri: un intervento diretto della presidente del Consiglio su un’inchiesta in corso, con toni critici nei confronti di un magistrato.
Un passaggio certamente poco istituzionale, che con ogni probabilità ha contribuito a spostare lo scontro dal piano giuridico a quello mediatico e, soprattutto, simbolico. Il tutto in un contesto in cui, sempre più spesso, la classe politica tende a delegittimare la magistratura agli occhi dell’opinione pubblica. Insomma, difficile, alla luce di tutto questo, continuare a sostenere che non vi sia il tentativo di piegare la magistratura alle logiche dell’esecutivo.
Foto © Paolo Bassani
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