Le parole del sostituto procuratore della Dna ai microfoni di Sicilia Buona condotto da Anna Lisa Maugeri
Questo articolo, che riproponiamo ai nostri lettori, è stato scritto in data 23-02-2026.
“In caso di approvazione definitiva della riforma con la vittoria del Sì i cittadini subirebbero un danno. Si verrebbe a creare per loro un pericolo”. Nino Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia, non usa mezzi termini nell’intervista rilasciata ad Anna Lisa Maugeri per Sicilia Buona, dedicata al referendum sulla riforma della giustizia che chiamerà gli italiani alle urne il 22 e il 23 marzo. Il punto di partenza, per Di Matteo, è chiaro: la separazione delle carriere e lo sdoppiamento del CSM non rafforzerebbero le garanzie dei cittadini, al contrario rischierebbero di indebolirle, soprattutto quando la giustizia tocca i centri del potere.
Nel merito della separazione delle carriere, Di Matteo ribalta la narrazione di chi sostiene che serva per assicurare imparzialità e ridurre i tempi: “In tutti i Paesi in cui vige la separazione delle carriere, dalla Germania alla Francia, dall'Austria all'Olanda alla Spagna, in tutti questi paesi il pubblico ministero, gli uffici di procura dipendono e sono controllati dal Ministro della Giustizia e quindi dall'esecutivo. Questa è una situazione che con ogni probabilità si verrebbe a realizzare in caso di vittoria del sì anche nel nostro ordinamento giuridico”. Anche laddove non ci fosse un’immediata sottoposizione del pubblico ministero al governo, avverte, “per il cittadino si verrebbe a creare un pericolo”: il pm “perderebbe la cultura della terzietà e della giurisdizione” e diventerebbe “una sorta di accusatore a vita, una specie di avvocato della polizia… un sostenitore dell'accusa a tutti i costi”. E qui la distinzione, per Di Matteo, è decisiva: il pm oggi “deve fare quello che deve fare… cioè cercare la verità qualunque essa sia, anche se favorevole all'indagato o imputato di turno”.
Di Matteo propone persino una direzione opposta rispetto a quella della riforma: “Io avrei introdotto, con legge ordinaria, che nel corso della carriera di un magistrato, quel magistrato avrebbe dovuto avere, in tempi diversi, sia le funzioni di pubblico ministero sia quella di giudice, perché sono due funzioni che si completano”. “Io ho visto bravissimi giudici che prima avevano fatto il pubblico ministero, degli ottimi pubblici ministeri che avevano fatto il giudice”. E richiama figure simbolo della lotta alla mafia: “Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rosario Livatino, Antonino Saetta, Rocco Chinnici avevano nella loro carriera fatto sia il pubblico ministero che il giudice”.
Secondo Di Matteo, i “fautori del sì” costruiscono le loro ragioni su “una serie di mistificazioni”. La prima: che la separazione delle carriere garantirebbe la parità tra accusa e difesa. “Non c'entra assolutamente nulla. La parità nel processo è garantita dall'art.111, ma non ci può essere una parità ordinamentale, perché il difensore è vincolato a fare esclusivamente gli interessi del suo assistito. Il pubblico ministero è una parte pubblica e deve avere soltanto lo scopo di cercare la verità”. La seconda: che la riforma ridurrebbe gli errori giudiziari. Per Di Matteo è “una clamorosa mistificazione, una vera e propria balla” e “non c'entra nulla con i problemi veri della giustizia che affliggono i cittadini italiani: la lentezza dei processi, i possibili errori giudiziari, la condizione dei detenuti in carcere”.
Quando l’intervistatrice chiede chi potrebbe davvero beneficiare di un impianto simile, Di Matteo ripercorre la genealogia politica dell’idea: “Il primo a teorizzare la separazione delle carriere fu Licio Gelli col piano di rinascita democratica della P2”, ricordando che “Gelli è stato a capo di un'organizzazione eversiva” e che, “secondo sentenze definitive è stato un finanziatore delle organizzazioni che hanno portato a termine” la strage del 1980 alla stazione di Bologna. E ancora: “È stato un cavallo di battaglia del primo governo Berlusconi”. E richiama anche le parole di un protagonista della stagione politica di Forza Italia: “Fino a pochi giorni fa abbiamo sentito l'intervista a un pluricondannato, come Cesare Previti che ha riferito come fosse stato lui stesso a perorare con Silvio Berlusconi nel 1994” quella scelta.
Ma per Di Matteo il punto non è solo storico: è politico-istituzionale e riguarda i rapporti tra poteri. Porta un dato per smentire l’idea di giudici “appiattiti” sul PM: “Ci sono delle statistiche ministeriali che attestano come circa il 51% dei giudizi di primo grado disattende la richiesta dei pubblici ministeri. Ma quale appiattimento? È assolutamente falso”. E qui arriva quello che definisce un vero snodo: “Forse il vero obiettivo, sia stato in qualche modo confessato dal Ministro Nordio quando ha detto che sarebbe stato interesse di tutti i politici addivenire ad una separazione delle carriere per evitare che la magistratura potesse esercitare un controllo incisivo anche nei confronti della politica”. Per Di Matteo la riforma va letta “assieme a tutte le altre” recenti: “dalla riforma dell'abuso d'ufficio a quella del reato di traffico di influenze, dalla limitazione delle intercettazioni… dalle limitazioni per la stampa”, perché “sostanzialmente è la politica che cerca di affrancarsi dal pericolo di un controllo di legalità troppo incisivo”. Il disegno, dice, è “un disegno di controllo della magistratura per quanto riguarda quei magistrati che osano indagare sui potenti”.
È a questo punto che l’intervista incrocia direttamente il tema delle indagini su pubblica amministrazione e colletti bianchi. Di Matteo è netto: “Nel momento in cui si verificasse quello che si è verificato in tutta Europa, e cioè che a carriere separate sia previsto un controllo dell'attività del pubblico ministero da parte del ministro, senz'altro”. Ma la “partita” per lui è “ancora più ampia”: riferisce le parole del ministro degli Esteri, secondo cui la vittoria del sì sarebbe “soltanto un primo passo”, e cita l’ipotesi di “rivedere il rapporto tra l'ufficio del pubblico ministero e la polizia giudiziaria”, tornando a un modello in cui “era la polizia che faceva le indagini e il pubblico ministero era una specie di notaio”. La conseguenza, nell’esempio evocato, è inquietante: “Un processo istruito dalla polizia e non dalla magistratura è sostanzialmente questo il nodo. Sottrarre potere investigativo al pubblico ministero e concentrarlo sulla polizia giudiziaria significherebbe attribuirlo comunque ad un organismo istituzionale che dipende dall'esecutivo”. Ed ecco l’allarme finale: “Il cittadino deve stare attento che non si crei una giustizia a due velocità. Una giustizia magari quasi spietata nei confronti dei cittadini comuni, e una giustizia con le armi spuntate nei confronti dei colletti bianchi dei politici, dei grossi imprenditori, dei grossi finanzieri”.
Sul CSM e sul tema del sorteggio, Di Matteo parla da ex consigliere: dice di aver tentato di contrastare “le degenerazioni del correntismo giudiziario”, ma chiarisce che “non era necessario cambiare la Costituzione”. La soluzione, per lui, poteva essere “con una semplice legge ordinaria il sorteggio temperato un sorteggio di una platea di candidati e poi l'elezione dei togati del CSM scelti tra i sorteggiati”. La riforma, invece, contiene “un'insidia, un trucco”: “Mentre per i togati si prevede un meccanismo secco del sorteggio invece per i componenti laici… il sorteggio è soltanto illusorio perché esso avrà luogo pescando da un elenco… oculatamente scelto dai partiti”. Risultato: “Si sposta il pericolo dal correntismo giudiziario al correntismo politico” e “il peso della politica nel CSM sarà sicuramente maggiore”. La stessa logica, secondo lui, si riproduce nell’Alta Corte Disciplinare, con un rischio ulteriore: magistrati “attenti a fare gli interessi della politica, attenti a non urtare la suscettibilità della politica, attenti a non disturbare il cane che dorme”. E taglia corto: “Questa non è la magistratura, non è il sistema dei pesi e dei contrappesi che è garantito e previsto dalla nostra Costituzione”.
Quando l’intervista arriva all’idea che l’Alta Corte possa diventare uno strumento per “punire” chi conduce indagini scomode, Di Matteo risponde: “Ma senz'altro”. E smonta quello che definisce il presupposto “fasullo” della riforma: che il CSM garantirebbe impunità. “Non è così. Nel 2025, il 44% dei procedimenti disciplinari si sono conclusi con la condanna dei magistrati”. Aggiunge anche un paragone europeo: “Abbiamo un numero di procedimenti disciplinari ed un numero di condanne 4 volte superiore alla media degli altri Paesi d'Europa”. Poi elenca incongruenze: l’Alta Corte avrebbe insieme giudici e pubblici ministeri sorteggiati (“ma che stanno nella stessa Alta Corte”), e soprattutto limiterebbe le garanzie di impugnazione: oggi si può ricorrere alle Sezioni Unite della Cassazione, mentre la riforma prevederebbe la ricorribilità “soltanto innanzi alla stessa alta corte in diversa composizione, ma è sempre lo stesso ufficio”. Di Matteo ne trae una conclusione politica e civile: “Questa riforma spacciata per riforma della giustizia è una riforma della magistratura contro la magistratura per limitare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Ed è questo il pericolo per i cittadini”.
“A noi magistrati cambierebbe poco. Lo stipendio ce lo darebbero lo stesso. Forse vivremmo anche più tranquilli”. Ma aggiunge: “Molti di noi ci stiamo esponendo, perché crediamo sia un dovere nei confronti dei cittadini liberare il campo da tutte le fake news che i sostenitori del Sì agitano”. E lo lega a una memoria di chi ha pagato con la vita “quel bellissimo ideale” di una magistratura indipendente.
Infine, il messaggio ai giovani che spesso disertano le urne: “Attento, perché qua sono in ballo i tuoi diritti, le tue aspettative, le tue garanzie”. Di Matteo costruisce un esempio concreto: “Se un giorno tu venissi fermato dalla polizia tu ti sentiresti più garantito se a dover decidere se richiedere o meno la convalida del tuo arresto sia un pubblico ministero libero, indipendente, con la cultura del giudice come ora, o un accusatore a tutti i costi, condizionabile dal governo?”. “La giustizia è uguale per tutti – chiosa -, ma perché possa realizzarsi ha bisogno di pubblici ministeri che non abbiano nulla da temere rispetto all'esecutivo di turno”. “Non è più il momento di stare a guardare. Oggi abbiamo bisogno di un risveglio di coscienza popolare. Non penso che nessuno di noi, tantomeno i giovani, possa rimanere lontano dall'assumersi le proprie responsabilità”.
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