L’editoriale del procuratore della Repubblica di Prato sul Fatto Quotidiano
Il modello della Procura di Prato diretta da Luca Tescaroli si propone come apripista di una normativa organica, modellata su quella per i collaboratori e testimoni di giustizia italiani introdotta nel 1991 dopo l’uccisione del giudice Rosario Livatino e progressivamente affinata. Per il procuratore, come da lui scritto sul Fatto Quotidiano, "potrebbe costituire un passo decisivo l’estensione delle misure straordinarie di protezione e di assistenza" previste da tale normativa ai lavoratori sfruttati e agli imprenditori stranieri in pericolo di ritorsione per le loro dichiarazioni, purché l’apporto risulti affidabile e porti elementi significativi di novità. Una soluzione auspicata da Tescaroli consiste nell’estensione della cittadinanza: "L’art. 9 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, già stabilisce che possa essere concessa la cittadinanza allo straniero che fornisca “eminenti servizi all’Italia, ovvero quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato”". La denuncia attendibile costituisce – secondo il magistrato – "uno straordinario fattore di giustizia che ben può integrare tali presupposti". “Una volta ottenuta la cittadinanza italiana il lavoratore sfruttato e l’imprenditore straniero, che penetrano il muro di omertà, potranno essere ammessi alle misure di protezione e di assistenza previsti dalla normativa sui testimoni e collaboratori di giustizia”.
Luca Tescaroli ha denunciato inoltre come sullo sfruttamento sistemico del lavoro di manodopera straniera sia stato costruito "un circuito economico parallelo a quello legale, di dimensioni transnazionali", gestito da imprenditori privi di scrupoli che sfruttano la debolezza di cittadini stranieri spesso privi di documenti di soggiorno e costretti a condizioni disumane per sopravvivere. Secondo il magistrato, tale sistema genera grave concorrenza sleale, poiché "nessun competitor può sostenere costi di produzione abbattuti da paghe miserabili", e favorisce l’esternalizzazione del lavoro da parte di noti brand della moda – attivi nel mercato legale – verso imprenditori che impiegano lavoratori "sette giorni su sette, con turni massacranti di 12-14 ore al giorno, senza ferie e garanzie per i casi di malattia e infortuni", ospitati in dormitori con condizioni igienico-sanitarie precarie.
Nella provincia di Prato – sede del più grande polo industriale europeo tessile-manifatturiero, in larga parte gestito da imprenditori cinesi – lo sfruttamento assume "connotati peculiari". Tescaroli ricorda il sistematico ricorso a imprese cinesi che operano con il meccanismo “apri e chiudi”: l’impresa viene utilizzata per due o tre anni senza pagare imposte, poi abbandonata per aprirne un’altra con trasferimento delle risorse attive. Il fenomeno è accompagnato da atti di violenza che permeano comparti correlati come logistica, trasporti e produzione di grucce per abiti. Nelle fabbriche risultano impiegati cittadini cinesi, pakistani, senegalesi, bangladesi e gambiani privi di regolare titolo di soggiorno, che alimentano – come ha scritto Tescaroli – "una moderna forma di schiavitù". Accanto a gruppi criminali imprenditoriali operano articolazioni dedite alla gestione dell’immigrazione irregolare e all’uso di documentazione artefatta per giustificare la permanenza sul territorio nazionale.
Per scardinare questo modello economico illegale, connotato dall’omertà, uno degli elementi di forza necessari è – secondo il procuratore – "il proliferare di spinte collaborative". Dal febbraio 2025 a oggi, 190 lavoratori e alcuni imprenditori cinesi hanno intrapreso il percorso collaborativo, imprimendo una spinta significativa alle indagini. Il 15 ottobre 2025 la Procura di Prato ha promosso un accordo con partner istituzionali e associazioni private, volto a incoraggiare le denunce dei lavoratori sfruttati. L’intesa prevede canali preferenziali di accesso a servizi linguistici e di mediazione culturale, percorsi di presa in carico, protezione e reinserimento sociale senza alcun costo – nemmeno legale – per il lavoratore, nonché numeri dedicati per chi intende collaborare. Tale meccanismo favorisce – ha spiegato Tescaroli – "il processo di emancipazione dalla condizione di ‘bisogno’ che, come dimostrato dalle indagini e dai processi celebrati, è quell’elemento che tiene la vittima intrappolata nella morsa dello sfruttamento".
Fonte: il Fatto Quotidiano
Foto © Piero Di Stefano
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