Condannato a oltre 12 anni, il poliziotto ha negato legami con Buggea e Porcello e parla di contatti funzionali alle indagini
Nel processo d’appello nato dall’operazione “Xydi”, una testimonianza riservata ha riacceso il confronto tra accusa e difesa attorno alla figura dell’ex ispettore di polizia Filippo Pitruzzella, già condannato in primo grado a dodici anni e un mese per concorso esterno in associazione mafiosa. Al centro del dibattito resta una domanda alla quale si sta provando a dare una risposta definitiva: Pitruzzella era una talpa al servizio della mafia oppure un infiltrato che, muovendosi all’interno di un’area grigia, cercava informazioni utili alle indagini?
A fornire un elemento chiave è stato un agente dei servizi segreti, ascoltato in aula, ovviamente con modalità protette. Lo 007 ha confermato che il numero telefonico al quale Pitruzzella aveva inviato diversi messaggi WhatsApp era effettivamente il suo. In quelle conversazioni - secondo quanto emerso - si faceva riferimento ad alcune attività investigative relative a possibili piste legate a Matteo Messina Denaro, quando ancora latitante.
Il riferimento al capomafia trapanese aggiunge peso alla testimonianza, perché colloca i contatti tra l’ex ispettore e l’agente dei servizi in un contesto investigativo di primissimo piano. Proprio questo elemento è stato valorizzato dalla difesa. I legali Salvatore Manganello e Antonino Gaziano hanno descritto la sua condotta come quella di un infiltrato non ufficiale, costretto a simulare vicinanza al mafioso Giancarlo Buggea e all’avvocata Angela Porcello per carpire notizie e alimentare piste investigative legate anche alla latitanza di Messina Denaro.
Secondo questo tipo di ricostruzione, il rapporto ambiguo con la coppia sarebbe stato funzionale a ottenere informazioni altrimenti non raggiungibili. Ma la tesi portata avanti dalla difesa si scontra con la lettura dei giudici del Tribunale di Agrigento, che nella sentenza di primo grado hanno invece delineato un quadro decisamente diverso. I giudici hanno infatti ritenuto Pitruzzella una talpa al servizio dell’organizzazione mafiosa, capace di trasmettere notizie riservate e di orientare alcune attività investigative verso soggetti rivali.
Il processo d’appello coinvolge anche gli altri imputati già condannati in primo grado nell’ambito dell’operazione. Tra questi figurano il boss ergastolano Giuseppe Falsone, condannato a ventidue anni, oltre ad Antonino Chiazza, Pietro Fazio, Santo Gioacchino Rinallo, Antonio Gallea e Stefano Saccomando, con pene comprese tra un anno e sei mesi e ventinove anni di reclusione.
Ad ogni modo, nel confronto tra le due versioni processuali, la testimonianza dell’agente dei servizi segreti introduce un elemento di rilievo ma non risolve il nodo centrale della vicenda.
Pitruzzella ha agito come talpa o come infiltrato?
Fonte: AgrigentoNotizie.it
Foto © Imagoeconomica
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