Le parole della storica e scrittrice ai microfoni de Il Fatto Quotidiano
Il ragionamento prende avvio da una rilettura degli anni di piombo che ribalta molte semplificazioni ancora oggi ricorrenti. Benedetta Tobagi, storica e scrittrice, intervenendo in un’intervista a Il Fatto Quotidiano e schierandosi per il No al referendum, sottolinea come a essere colpiti dal terrorismo non furono i magistrati più inclini alla retorica dell’emergenza, bensì quelli che avevano saputo analizzare a fondo e comprendere davvero il fenomeno. “I magistrati colpiti dal terrorismo negli Anni di piombo sono stati quelli che avevano analizzato e compreso meglio il fenomeno, non chi urlava più forte, evocava le leggi speciali o la pena di morte. Chi si limita a provvedimenti bandiera in chiave repressiva indiscriminata non fa altro che esasperare il clima senza prevenire davvero”. Una riflessione che si inserisce in un discorso più ampio sulla tenuta democratica del Paese: “L’Italia – aggiunge –, con tutte le vicende tremende che ha attraversato, ha avuto anche una tenuta incredibile perché magistratura e Stato di diritto hanno retto, senza leggi e tribunali speciali, nel rispetto della Costituzione. Un Csm (eletto e non sorteggiato) è intervenuto con molta autorevolezza anche nei momenti più delicati”. In questo quadro storico, Tobagi ricorda come durante la lotta al terrorismo non fosse nemmeno in discussione la separazione delle carriere, chiarendo però che il tema centrale resta lo stesso anche oggi: “Allora, certo non si parlava della separazione delle carriere per la lotta al terrorismo. Ma nemmeno oggi è il cuore della riforma: lo sono l’autonomia della magistratura e l’integrità del Csm, che ebbero un ruolo importantissimo in quella stagione”. Alla domanda sugli effetti meno visibili di una riforma che prevede una polizia giudiziaria alle dipendenze di un pm non più inserito in una magistratura unitaria, Tobagi richiama episodi chiave della storia repubblicana: “Si è visto in maniera chiarissima dopo la strage di piazza Fontana. Nelle Questure passava l’azione depistante dell’Ufficio affari riservati; la polizia giudiziaria nascondeva persino le prove. E poi, in un secondo momento, non si sarebbe potuto indagare sul depistaggio. La P2 non si sarebbe scoperta se non ci fosse stato un finanziere che rispondeva ai magistrati Colombo e Turone senza riferire al capo della Guardia di finanza iscritto alla P2”. Un monito che lega il passato al presente e invita a guardare oltre le riforme simboliche per interrogarsi sulle reali garanzie di indipendenza e controllo democratico.
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