Per i giudici d’appello valutazione “lacunosa” delle prove: “Difetta una valutazione completa del materiale probatorio"
Nuovo processo in vista per Rosario Gambino, storico esponente di Cosa nostra legato alla mafia italo-americana, emigrato infatti negli Stati Uniti e già finito sotto indagine ai tempi di Giovanni Falcone. Tornando ad oggi, la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di assoluzione pronunciata in appello, imponendo in questo modo la celebrazione di un nuovo processo. La decisione dei giudici ha messo in discussione il verdetto che aveva ribaltato la condanna di primo grado a sedici anni e mezzo di carcere e che ora viene giudicato lacunoso sul piano della valutazione delle prove.
A intervenire è stata la quinta sezione penale della Suprema Corte, che ha contestato il modo in cui i giudici d’appello avevano letto il materiale probatorio. In particolare, secondo la Cassazione, risulta “manifestamente illogico” il ridimensionamento di una serie di incontri tra Gambino e alcuni esponenti di vertice del mandamento di Passo di Rigano, tra cui Tommaso e Francesco Inzerillo e Alessandro Mannino, tutti condannati per associazione mafiosa.
Frequentazioni considerate neutre in appello, ma che - ha osservato la Corte - “se inserite nel contesto dichiarativo e captativo, delibate nell’insieme, assumerebbero un valore indiziante certamente non insignificante”.
Difatti, il nodo centrale della questione rientrerebbe proprio nel metodo di valutazione degli indizi. Per questo motivo la Cassazione ha richiamato un principio consolidato, rimproverando ai giudici di merito di aver proceduto in modo frammentario. “Il giudice non può limitarsi a una valutazione atomistica e parcellizzata degli indizi”, hanno precisato i giudici. Occorre invece verificare prima la solidità di ciascun indizio e poi compiere “un esame globale degli elementi certi”, per stabilire se le ambiguità dei singoli dati, considerate nel loro insieme, possano sciogliersi in un quadro coerente.
Insomma, per la Suprema Corte, il verdetto che aveva assolto Gambino viene ora definito carente, perché “difetta di una valutazione completa del materiale probatorio”.
La storia di Rosario Gambino
Gambino, oggi ottantatreenne, è un nome che attraversa decenni di storia mafiosa e giudiziaria ed è riemerso nel 2019 durante un blitz della squadra mobile contro il mandamento di Passo di Rigano. Emigrato oltre mezzo secolo fa e nipote di uno dei padrini della mafia italo-americana, Rosario Gambino ha scontato lunghe pene negli Stati Uniti. In Italia era stato condannato nel 2010 a vent’anni di carcere, sentenza poi annullata dalla Cassazione e sfociata nell’assoluzione ora cancellata. Tornato stabilmente a Palermo, nel quartiere Borgo Nuovo, gli investigatori lo hanno inserito in un contesto di rapporti con altri nomi storici di Cosa nostra, tra cui Gaetano Sansone. La difesa ha sempre sostenuto che il suo debito con la giustizia fosse già stato pagato in America e che in Italia mancassero prove concrete, riducendo l’accusa a suggestioni legate al passato: una tesi accolta in appello ma contestata dalla Procura generale. Ora la Cassazione ha riaperto il caso.
Fonte: Live Sicilia
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