Parla il nipote dell’agente di polizia assassinato assieme alla moglie Ida il 5 agosto 1989
“Questa mattina si è tenuta l’udienza del processo d’appello bis a carico di Nino Madonia per l’omicidio di mio zio Nino”. Nino Morana Agostino (in foto) si affida ai social per raccontare una nuova, dolorosa tappa del procedimento giudiziario che prova a fare luce sull’assassinio di suo zio, l’agente di polizia Nino Agostino, e della giovane moglie Ida Castelluccio, assassinati il 5 agosto ’89 a Villagrazia di Carini, precisando fin da subito che per quest’ultima “il reato è stato dichiarato prescritto”. Una constatazione secca, che racchiude tutto il senso di una giustizia parziale e insufficiente.
Nel suo scritto, Nino ricostruisce con attenzione quanto avvenuto in aula, soffermandosi sulle testimonianze ascoltate. “Oggi sono stati ascoltati due testimoni. Il primo è Vincenzo Monastra, cugino di primo grado di Nino Agostino”, scrive, spiegando che nel corso della deposizione “è stato ripercorso il legame tra i due cugini, il matrimonio e i momenti successivi all’omicidio”. Monastra, sottolinea, “è un testimone fondamentale” perché conferma un elemento cruciale: la presenza del giudice Giovanni Falcone alla camera ardente allestita al Commissariato San Lorenzo.
“Nel pomeriggio del 6 agosto, infatti, il magistrato arrivò con la scorta”, ricorda Morana riportando le parole emerse in aula. “Lì, Vincenzo sentì il dottor Falcone dire a una persona che gli stava accanto: ‘Il sacrificio di questi due giovani mi ha salvato la vita’”. Una frase destinata a tornare, con forza ancora maggiore, nella testimonianza della sorella di Ida Castelluccio, Antonella, che sarà ascoltata il 3 marzo ma che ha già riferito: “Mi sono recata alla camera ardente dove c’erano le salme di mia sorella e di mio cognato. Ricordo che quel giorno, verso le 3 del pomeriggio, venne a fare visita il dottor Giovanni Falcone; si avvicinò a me e chiese: ‘Lei chi è?’. Risposi di essere la sorella. C’era anche mia nonna, la madre di mio padre. Il dottor Falcone guardò il corpo di mia sorella e disse sottovoce questa frase: ‘Sono morti per me’”.
Nino Agostino insieme a sua moglie Ida Castelluccio
Ma “l’angoscia del giudice non finì lì”, scrive su Facebook. A San Lorenzo era da poco arrivato il commissario Saverio Montalbano, che nel corso della sua carriera aveva lavorato a stretto contatto con Falcone. Chiamato a testimoniare, ha raccontato: “Tra noi c’era un rapporto di stima. Fino a quel momento non mi aveva mai dato del tu. Mi acchiappa forte il braccio e mi dice: ‘Vedi che questa cosa di Agostino è una cosa fatta contro di me e contro di te’. Poi mi manifestò la sua solidarietà e la sua assoluta disponibilità. Non ci fu modo di approfondire ciò che mi disse Falcone”.
A confermare ulteriormente quella preoccupazione, Nino Morana Agostino richiama anche la testimonianza del commissario Elio Antinoro, che incontrò Falcone alla Prefettura di Palermo poco tempo dopo l’omicidio. In quell’occasione, il magistrato gli domandò: “Ma ci potrebbe essere qualche possibilità della morte del poliziotto con la cosa di cui ci stiamo occupando?”, riferendosi alle indagini che in quel periodo riguardavano la collaborazione con il preside neofascista Alberto Stefano Volo, “il quale veniva scortato proprio da Nino”.
“Resta il fatto che queste parole, dette da uno dei più grandi magistrati antimafia, rimarranno senza risposta”, nonostante la presenza di Falcone e di Paolo Borsellino il giorno dei funerali. “Purtroppo, il 23 maggio 1992, con la Strage di Capaci, perdemmo anche il principale testimone che avrebbe potuto fare luce sull’omicidio del poliziotto Nino Agostino”.
Nel corso dell’udienza è stato ascoltato anche l’altro teste, il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca. Su questo punto Morana Agostino sceglie una distanza netta: “Non entro nel merito della sua deposizione; è stata una mattinata lunga e sofferente”. Ricorda però che Brusca “ha fornito importanti contributi che hanno chiarito alcuni punti”, come “l’episodio in cui mio zio lo inseguì con un vespino azzurro”, o il fatto che, parlando con Salvatore Riina, “capì che dietro l’omicidio c’era la mano di Nino Madonia”.
“A conclusione di questa udienza restano tanta amarezza e la consapevolezza che, nonostante le importanti sentenze, non ci sarà mai una giustizia completa”, conclude il post, ricordando che “i miei nonni Augusta e Vincenzo sono morti senza poter avere finalmente verità sull’omicidio del loro figlio, della loro nuora e del nipote mai nato”. Eppure, il cammino non si ferma: “La prossima udienza sarà il 3 marzo; noi continueremo ad andare avanti con la speranza di poter, un giorno, avere finalmente pace dopo quasi 37 anni”.
Foto di copertina © ACFB
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