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In occasione delle cerimonie per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2026 nelle Corti d'Appello di tutta Italia, procuratori generali e presidenti hanno espresso un verdetto unanime: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, al centro del referendum confermativo previsto per il 22-23 marzo, non migliorerebbe la giustizia ma porterebbe rischi gravi per l'indipendenza e l'obiettività della magistratura. “Vengo invitato per spiegare per quale motivo bisogna votare no, per spiegare che tutte queste riforme sulla giustizia che stanno facendo non servono assolutamente a velocizzare i processi e a dare risposte alle persone che hanno bisogno di giustizia” ha detto il procuratore della Repubblica di Napoli Nicola Gratteri durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Napoli.

Il magistrato si è poi rivolto idealmente a Nordio commentando le parole del Guardasigilli che aveva definito “blasfemo sostenere che la riforma tenda a minare l'indipendenza della magistratura”. Blasfemia, “a me pare un termine inappropriato – ha detto Gratteri – il ministro Nordio è una persona colta, conosce molto bene la lingua italiana, ma questa volta ha usato un termine inappropriato”. Il tema della separazione delle carriere è stato protagonista anche a Roma, dove il procuratore generale della Corte d'Appello capitolina Giuseppe Amato ha dichiarato che “la separazione delle carriere può porre, a nostro giudizio, il rischio di avere pubblici ministeri 'che cercano la ribalta della notorietà e l'effetto politico degli indizi, piuttosto che la valutazione obiettiva dei comportamenti dei cittadini': pubblici ministeri, cioè, che vedano il momento dell'iscrizione e dell'esercizio dell'azione penale come momento di affermazione di un ruolo di potere, anziché come doveroso e rigoroso adempimento di un servizio”.

Amato ha poi precisato che non teme “che la separazione possa portare alla dipendenza dall'esecutivo del pubblico ministero, anche se è fatto notorio che in molti Paesi dove le carriere sono separate l'accusatore, come è stato detto, 'soggiace' in varie forme a collegamenti con il potere politico. E non lo temiamo perché il Presidente della Repubblica sarà sempre il Presidente del Csm 'separato' dei pubblici ministeri”. Ha però sottolineato il pericolo principale: “Temiamo il rischio dell'autoreferenzialità della categoria 'separata' dei pubblici ministeri, dimentica dei principi propri della 'cultura della giurisdizione', espressiva di una visione eticizzante del proprio lavoro, e appiattita nell'attività da una malintesa, sempre possibile, distorta applicazione dei principi propri della gerarchia, della vigilanza, della sorveglianza”. A chiudere Giovanni Dipietro, presidente facente funzione della Corte d'Appello di Catania: “Nel ribadire il diritto anche dei magistrati – particolarmente interessati dal progetto di riforma costituzionale dell'ordinamento giudiziario – di manifestare liberamente e nel confermare, ovviamente ma convintamente, il pieno ossequio al prossimo responso referendario – quale libera espressione democratica della sovranità popolare – formulo il personale auspicio – ritengo largamente condivisibile – che qualunque sarà l'esito dell'imminente consultazione si apra poi una seria e approfondita riflessione sugli effetti del risultato della votazione che non costituirà la soluzione dei reali problemi della giustizia”.

Critiche diffuse: la riforma non risolve i problemi reali della giustizia

La procuratrice generale di Torino Lucia Musti ha affermato che “una volta per tutte, i cittadini dovrebbero conoscere le reali condizioni in cui si trovano gli uffici giudiziari e che la giustizia non funzionerà meglio quando pubblici ministeri e giudici avranno carriere separate, come d'altra parte riconosciuto dal ministro Nordio e dalla senatrice Buongiorno”. Musti ha aggiunto che “ritengo che lo scenario di una magistratura separata da una riforma ispirata da meri intenti politici e non di efficienza e miglioramento, da cui conseguirà la sottoposizione del pubblico ministero all'Esecutivo, renderà difficile se non impossibile continuare ad applicare la legge e tutelare i diritti, soprattutto dei più fragili”. Sulla stessa scia la presidente della Corte d'Appello di Brescia Giovanna Di Rosa ha dichiarato che “il peggioramento della situazione, soprattutto in ambito penale, consente di osservare quanto sia allora disfunzionale ai reali bisogni della giustizia la proposta riforma di ordinamento giudiziario sulla separazione delle carriere e sull'assetto istituzionale del Csm”.
"La riforma, a cui sono contrario anche se è in corso una discussione con vari punti di vista rispettabili, non risolve nessuno dei problemi della giustizia. Non risolve il principale problema: la lunghezza dei tempi del processo" ha dichiarato il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli. "Se un processo dura 12 anni - ha proseguito - segna indelebilmente un'intera esistenza. Abbiamo sempre stabilito un collegamento tra i tempi del processo e le risorse disponibili. Negli ultimi anni ne abbiamo avuto una dimostrazione: gli stanziamenti fatti per il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr hanno determinato un crollo verticale delle pendenze, nel civile e nel penale. Tra sei mesi una parte di queste risorse verranno sottratte. Trovo che sia una cosa inconcepibile che un Paese non investa sul diritto dei cittadini a un processo giusto e rapido". "Mi pare strano che i fautori del pensiero liberale, dove il liberalismo è fondato anche sul bilanciamento dei poteri, non si rendano conto dell'incidenza che ha su questo un organo di autogoverno che viene estratto a sorte", ha osservato Borrelli. "Bisogna pensare a quanto potrebbe incidere, sulla forza del potere legislativo, un Parlamento estratto a sorte tra tutti i cittadini", ha evidenziato. "In questo modo la riforma incide, indirettamente e profondamente, sull'indipendenza dell'intero potere giudiziario e sulla capacità di bilanciare gli altri poteri dello Stato com'è normale che avvenga in una democrazia liberale", ha concluso.

Clima di aggressione e delegittimazione verso la magistratura

Il procuratore generale di Napoli Aldo Policastro ha evidenziato che “assistiamo, con grande preoccupazione, a martellanti campagne denigratorie contro i magistrati che si trasformano, anche al di là dell'intenzione, velocemente in campagne d'odio. La discussione diventa aggressione, la divergenza diventa delegittimazione; la narrazione mediatica amplifica e deforma”. Policastro ha precisato che “con amarezza abbiamo dovuto registrare, proprio qui a Napoli, inaccettabili aggressioni verbali e addirittura fisiche a magistrati” e ha ricordato che “il magistrato non risponde né alla piazza né al potente di turno, il magistrato risponde sempre e soltanto alla legge, come prevede la Costituzione”. Proseguendo, ha aggiunto che “questo clima, purtroppo, si va sempre di più infuocando con l'approssimarsi del referendum sulla riforma costituzionale della magistratura” e ha espresso il suo “orientamento nettamente contrario a questa riforma che, a mio parere, se verrà approvata, con la separazione delle carriere, lo sdoppiamento del Csm con un sorteggio sbilanciato, che favorisce i componenti eletti dalla politica, e l'Alta Corte per il disciplinare, produrrà solo l'indebolimento della giurisdizione con un diverso equilibrio tra i poteri e nessun beneficio per la giustizia e i cittadini”.

La riforma non incide sui tempi della giustizia e snatura l'equilibrio dei poteri

Il presidente della Corte d'Appello di Milano Giuseppe Ondei ha affermato che “è 'un presupposto errato nella sua categorica espressione', sostenere 'che i giudici oggi non sono sufficientemente terzi e imparziali perché sarebbero appiattiti sulle richieste del 'collega' Pubblico Ministero. Questa affermazione non è accettabile! Se fosse vera vi sarebbe una grave emergenza per lo Stato di diritto. Ma essa, significativamente, non risulta rilevata da nessun organismo internazionale. La realtà è che la magistratura italiana è un Ordine dello Stato sano, composto per lo più da persone ispirate da un alto senso del dovere che ogni giorno svolgono in silenzio il loro lavoro”. Ondei ha poi sottolineato che “la prima domanda che dobbiamo porci è quella se la riforma inciderà sul miglioramento dei tempi della Giustizia. La risposta tecnica qui è netta e difficilmente smentibile: questa riforma non inciderà in alcun modo sui tempi della Giustizia”. In sinergia la presidente della Corte d'Appello di Genova Elisabetta Vidali ha dichiarato che “nessun miglioramento al servizio della giustizia potrà derivare dalla varata riforma costituzionale della separazione delle carriere dei magistrati, oggetto di prossimo referendum, che appare improntata ad un mero mutamento dell'assetto ordinamentale del corpo magistratuale e che non potrà apportare miglioramento alcuno in termini di efficienza e qualità della risposta di giustizia”. Vidali ha aggiunto che “è la perenne e radicata mancanza di risorse a determinare l'asfissia del sistema giustizia” e ha concluso che “occorre invece salvaguardare il mirabile disegno costituzionale dell'equilibrio tra i poteri”.

Delegittimazione della storia repubblicana e superficialità del dibattito

Il presidente della Corte di Appello di Bari Francesco Cassano ha affermato che “a ferire è stata soprattutto l'affermazione secondo cui solo la separazione delle carriere può inverare il giusto processo e senza la separazione delle carriere il giudice non può essere imparziale: non ci si è avveduti che, così argomentando, si sono delegittimati 80 anni di storia repubblicana dell'istituzione giudiziaria e si sono persino private di senso le tante morti di giudici, di tutori dell'ordine e di avvocati, per mano del terrorismo o della criminalità di stampo mafioso”. Il presidente della Corte d'Appello di Trento Eugenio Gramola ha precisato che “c'è grande superficialità. Si è spesso parlato per slogan, molto spesso suggestivi. La realtà è che sono inconferenti in modo grossolano” e ha ricordato che “dal 2019 al 2023 solo tra lo 0,27 e 0,38 per cento c'è stato un passaggio tra la funzione requirente e inquirente”.

Foto © Imagoeconomica

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