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Professor Musacchio è indubitabile che la magistratura italiana, vive oggi una crisi di legittimazione che rischia di offuscare il ruolo della giurisdizione intesa quale dimensione essenziale della democrazia. Una credibilità contaminata dagli scandali che hanno investito le forme del suo autogoverno. Al netto delle tante strumentalizzazioni, secondo lei, la magistratura è stata compromessa nella sua indipendenza e nella sua imparzialità?

La magistratura è oggi l’ultimo baluardo dello Stato di diritto. Mettere a rischio la sua indipendenza significherebbe elidere ogni limite agli abusi e capacità di censura dei pubblici poteri. La recente perdita di legittimazione della magistratura è dovuta, oltre che alla mai interrotta campagna diffamatoria condotta contro la giurisdizione da gran parte dei media, all’abbassamento della sua cultura democratica e costituzionale esistente, purtroppo, nel nostro Paese. Stiamo vivendo in un’epoca dove regnano sovrani il populismo giudiziario e le deviazioni nell’azione di autogoverno del Consiglio Superiore della Magistratura emerse con preponderanza con il cd. scandalo Palamara. In realtà credo che a quanto detto si debba aggiungere anche il carrierismo dei giudici e gli eccessivi poteri dei capi degli uffici e in particolare dei capi delle Procure che hanno contribuito a determinare una mutazione genetica in peius della magistratura italiana.

Tralasciando le polemiche, lei crede sia azzardato pensare che i pubblici ministeri oggi abbiano troppo potere nella giurisdizione?

La separazione tra giudici e pubblici ministeri, anche nelle carriere, è una condizione essenziale dell’imparzialità dei giudici. Ma essa non ha nulla a che vedere con l’indipendenza del pubblico ministero, la quale si fonda, sul piano teorico, sulla sua appartenenza al potere giudiziario e perciò sulla separazione dei poteri e sul suo ruolo di garanzia del corretto esercizio delle sue attività di indagine. È assicurata, sul piano costituzionale, dal principio dell’obbligatorietà dell’azione penale stabilita dall’art. 112 della Costituzione, anche a garanzia dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Tutto il resto sono chiacchiere da bar dove - come ben diceva Umberto Eco - hanno diritto di parola legioni di imbecilli che prima parlavano solo in quel luogo dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività e venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel.

Il suo impegno ha sempre privilegiato l’analisi e lo studio dei fenomeni criminali mafiosi e quindi di ingiustizie in danno soprattutto dei soggetti più deboli, crede che questo referendum sia anche una battaglia per il garantismo penale in favore dei più deboli?

Assolutamente sì e sono convinto che questa riforma qualora passasse non garantirebbe affatto una giustizia più equa per i cittadini più deboli, anzi credo che favorirà interessi dei potenti, alterando così gli equilibri costituzionali e spostando il baricentro dei poteri dello Stato verso i più forti. Una magistratura meno autonoma rischia di perdere la sua funzione di garanzia neutrale. Questo sicuramente andrà a discapito delle fasce di popolazione più deboli. Il rischio reale sarà quello di una “giustizia a due velocità”: “Lenta e perentoria per i cittadini comuni, veloce e poco incisiva per i potenti”. Da criticare fortemente anche il metodo con cui la riforma è stata approvata: “Una modifica costituzionale di questa portata non può passare senza emendamenti e senza un vero confronto con le minoranze”. “Simili mutamenti, se avulsi da una riforma strutturale rischiano di essere del tutto effimeri. Come ricordava Aldo Moro, “il rinvio è parte integrante di ogni disegno riformatore”. Prima si curino i mali reali del sistema giustizia, poi si affronti anche questo tema”.

Esiste una alternativa a questa riforma che qualcuno ha già chiamato “schiforma”?

Non solo esiste, ma è la sola alternativa razionale e realistica a un futuro di catastrofi che potrebbe provocare, se non si farà nulla. La risposta politica più efficace non dovrebbe essere quella di ristrutturare le garanzie costituzionali nel modo proposto poiché ciò comporta un rischio concreto per l'indipendenza giudiziaria. Ritengo, inoltre, che la riforma non affronti le cause reali della lentezza della giustizia: carenze di organico, insufficienza di personale amministrativo, mancanza di investimenti nel digitale e risorse inadeguate. L’alternativa a questa riforma, pertanto, sarebbe molto semplice: affrontare prima questi problemi e solo dopo dedicarsi tutti insieme (cfr. intero arco costituzionale) a questa tipologia di riforme.

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