I dati diffusi dalla Procura generale di Perugia sono allarmanti: l’hashish è aumentato di oltre il 300 per cento
I sequestri di droga all’interno delle carceri umbre sono triplicati solo negli ultimi tre anni. A lanciare l’allarme è la Procura generale di Perugia, che ha ricavato dati preoccupanti nel triennio 2023-2025, con sequestri di droga effettuati all’interno degli istituti penitenziari della regione che si sono letteralmente moltiplicati, riuscendo a superare i 3,7 chili complessivi.
In particolare, l’hashish è aumentato di oltre il 300 per cento, passando da poche centinaia di grammi a più di un chilo e mezzo. Accanto all’hashish, con discrezione ma con segnali inquietanti, sono comparse droghe nuove per il contesto carcerario umbro: prima la ketamina, poi persino una traccia di eroina, un pò come se anche dietro le mura carcerarie si stesse riproducendo la stessa diversificazione che caratterizza il mercato esterno.
Ad ogni modo, anche gli interventi della Polizia Penitenziaria sono più che raddoppiati dal 2023 al 2025. A quanto pare - spiega “Perugiatoday” - la presenza prevalente di detenuti italiani ha spinto la Procura a ipotizzare l’esistenza di reti di appoggio ben radicate sul territorio, capaci di alimentare con continuità un mercato interno che certamente non vive di improvvisazione, ma di una chiara e ben congeniata organizzazione. A confermare questa ipotesi sono anche le modalità con cui la droga entra all’interno dei penitenziari: dai pacchi anonimi nascosti tra vestiti e generi alimentari ai tentativi durante i colloqui con i familiari. Non mancano nemmeno le soluzioni tecnologiche come i droni, che sorvolano i perimetri carcerari per poi lasciar cadere i carichi oltre le recinzioni.
Il problema della droga - e non solo - che entra all’interno delle carceri non riguarda con particolare rilevanza soltanto l’Umbria, ma molte altre regioni italiane. A sottolineare la portata del fenomeno è stato anche il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che in più riprese ha spiegato come quella che appare una vera e propria emergenza andrebbe affrontata anche come una questione di sicurezza. Questo non solo perché alimenta un mercato interno ad altissimo margine, ma perché consente ai detenuti più pericolosi di continuare a comandare e a produrre intimidazione anche dall’interno delle celle.
Molto probabilmente anche per questo motivo l’ingresso di sostanze e dispositivi elettronici nelle carceri italiane non è più un fatto sporadico, ma un fenomeno organizzato - come ha sottolineato anche la Procura generale di Perugia - spesso sostenuto da reti esterne e da una logistica tecnologica che ha reso i penitenziari sempre più “permeabili”.
Ma il problema della droga e dei telefonini che entrano negli istituti penitenziari non è certamente recente. Già a settembre 2024, il procuratore Gratteri ha ricordato come alcuni anni prima avesse proposto l’acquisto di jammer in grado di inibire le onde radio usate dai telefoni cellulari, da installare almeno nelle carceri di alta sicurezza, per impedire ai dispositivi di funzionare e interrompere le comunicazioni clandestine dei boss mafiosi e degli altri detenuti. Si tratterebbe, infatti, di una misura capace di incidere subito sul cuore del problema, in grado di interrompere le comunicazioni dall’interno del carcere via smartphone, ma anche di ostacolare i voli dei droni utilizzati per consegnare pacchi oltre i muri di cinta.
Foto © Imagoeconomica
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