La richiesta arriva da 12 membri del Consiglio dopo la notizia diffusa da Report sui sistemi informatici violati grazie a un software installato nei pc
Il Consiglio Superiore della Magistratura chiede di aprire una pratica urgente per “verificare quali siano stati e siano attualmente i presidi di sicurezza adottati al fine di scongiurare il rischio di accessi anonimi e illeciti alle postazioni di lavoro dei magistrati e del personale di cancelleria”. La richiesta arriva da 12 membri del CSM, all’indomani delle anticipazioni dell’inchiesta di Report sul software ECM installato nei pc in dotazione agli uffici giudiziari italiani, che consentirebbe di spiare le attività di giudici e pm da remoto e a loro insaputa. Nell’atto indirizzato al Comitato di presidenza si cita “la notizia divulgata da numerosi organi di informazione, secondo la quale il programma informatico Ecm, installato nei personal computer distribuiti dal ministero della giustizia agli operatori giudiziari, tra cui i magistrati, consentirebbe la possibilità di accedere da remoto - all’insaputa dell’utente e senza lasciare tracce dell’accesso - anche a qualsiasi soggetto con permesso di amministratore“. A firmare la richiesta i consiglieri togati del gruppo di Area (MarcelloBasilico, FrancescaAbenavoli, TullioMorello, Antonello Cosentino, Maurizio Carbone e Genantonio Chiarelli), Mimma Miele di Magistratura democratica e gli indipendenti Roberto Fontana e Andrea Mirenda. Ma anche i membri laici Roberto Romboli (in quota Pd) Michele Papa (M5s) ed Ernesto Carbone (Italia viva).
Allo stesso tempo, insieme alla richiesta di aprire una nuova pratica, Palazzo Bachelet ha chiesto spiegazioni al ministero della Giustizia nell’ambito di una pratica già esistente sulla sicurezza informatica, aperta nel 2024 dopo l’arresto di Carmelo Miano, l’hacker che aveva violato i server del Dicastero e degli uffici giudiziari di varie città d’Italia. Nella seduta di giovedì mattina, la Settima Commissione (competente sull’informatica giudiziaria) ha deliberato all’unanimità di scrivere al ministero per conoscere le specifiche tecniche del funzionamento del software, e nello specifico se il programma consente intrusioni abusive e anonime (come sostiene Report) o garantisce, come assicurato dal ministro Nordio, il tracciamento degli utenti che attivano la funzione di controllo remoto.
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