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Nei primi dieci mesi 51.703 provvedimenti, quasi il 46% in meno rispetto al 2024 

Nel 2025 il ricorso alle misure cautelari in Italia è diminuito in modo sensibile, soprattutto per quanto riguarda il carcere e gli arresti domiciliari. Si tratta di un dato che spicca nella relazione annuale del ministro della Giustizia Carlo Nordio, inviata nei giorni scorsi al Parlamento, e che finisce per porre interrogativi sulla linea securitaria rivendicata dal governo guidato da Giorgia Meloni. A colpire è anche un altro elemento: nel 90 per cento dei casi in cui viene disposta una misura cautelare, il procedimento si conclude con una condanna definitiva. 
La relazione, composta da 71 pagine di tabelle e numeri e pubblicata in anteprima da Il Fatto Quotidiano, fotografa l’andamento dei primi dieci mesi del 2025. Nei primi dieci mesi del 2025 le misure cautelari disposte sono state 51.703, a fronte delle 94.168 dell’intero 2024, un anno che aveva già fatto registrare un aumento rispetto alla media di circa 81.700 del periodo 2020-2023. Il dato segnala quindi un calo marcato, pari a circa 43 mila misure in meno, cioè quasi il 46 per cento. Lo stesso ministero della Giustizia, però, ha invitato alla prudenza: i numeri non sono completi, perché aggiornati solo al 31 ottobre e perché poco più della metà degli uffici giudiziari, il 57 per cento, ha trasmesso i dati, contro l’89 per cento del 2024 e l’80 per cento del 2023. Nonostante questo, secondo Via Arenula l’andamento complessivo resta affidabile e indica con buona probabilità una riduzione significativa delle misure cautelari rispetto all’anno precedente.
La contrazione riguarda in particolare gli arresti domiciliari senza braccialetto elettronico e la custodia cautelare in carcere. Quest’ultima resta comunque la misura più utilizzata: una su tre è ancora di tipo carcerario, mentre una su quattro riguarda gli arresti domiciliari. Insieme, queste due tipologie rappresentano circa il 55 per cento del totale. Se il ministero rileva che il ricorso al carcere appare in calo, cresce invece l’utilizzo di strumenti come il divieto di avvicinamento e gli arresti domiciliari con controllo elettronico, anche se solo il 18 per cento delle misure è accompagnato dal braccialetto. Marginale, quasi simbolico, il dato sulle detenute madri previsto dal decreto Sicurezza contro il fenomeno delle borseggiatrici: appena sei casi, un numero che lo stesso ministero definisce “numericamente nullo” nel confronto con gli anni precedenti. Sul piano territoriale, la distribuzione delle misure ricalca quella già nota: il 40,1 per cento al Nord, il 24 per cento al Centro, il 24,9 per cento al Sud e l’11 per cento nelle isole. Un altro passaggio rilevante della relazione riguarda i tempi dei procedimenti. Secondo il ministero, i processi in cui viene applicata una misura cautelare coercitiva tendono a definirsi rapidamente, perché già caratterizzati dalla presenza di gravi indizi di colpevolezza. Anche nel 2025, come nel 2024, nell’84 per cento dei casi i procedimenti si sono conclusi nello stesso anno in cui è stata disposta la misura. E l’esito è quasi sempre sfavorevole per l’imputato: nel 75 per cento dei casi si arriva a una condanna senza sospensione della pena, nel 15 per cento con sospensione. 
Riguardo, invece, i dati sull’ingiusta detenzione, i numeri restano sostanzialmente stabili, attorno ai 1.200 casi, con una maggiore incidenza nei distretti di Napoli, Reggio Calabria, Catanzaro e Roma. Per il 2024 lo Stato ha speso 26,9 milioni di euro in risarcimenti, a fronte di 552 ordinanze. Nel periodo compreso tra il 2018 e il 2024, la media annua era stata più alta, con circa 700 ordinanze e una spesa di 31,5 milioni. 

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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