I “non ricordo” e l’amnesia di Giuseppe Attilio De Filippi Venezia
La polizia di Stato, al tempo ancora ‘Servizio di Pubblica Sicurezza’, aveva tra i suoi informatori “persone di Ordine Nuovo”, per esempio Marcello Soffiati (morto nel 1988), il “corriere” dell’esplosivo di Piazza della Loggia, indicato come colui che avrebbe trasportato la bomba da Mestre fino a Brescia. Soffiati aveva contatti con gli americani e “sicuramente conosceva allora ‘il Bandoli’, che ufficialmente faceva l'istruttore di guida agli americani. Era una persona di Verona che gravitava in quell'ambito della destra. Era noto anche il ristorante di Marcello Soffiati, a Colognolo Ai Colli, perché venivano anche persone da Venezia. Tutti di quell'area”. A parlare è stato Giordano Fainelli, allora vicecapo della polizia politica di Verona e ora commissario in quiescenza, durante l’udienza del 2 dicembre per la strage di Piazza della Loggia. Nel corso degli anni Settanta il suo diretto superiore era Lelio Di Stasio, Vice Questore della Polizia di Stato per tutto quel decennio e per buona parte degli anni Ottanta.
Era Di Stasio che aveva il contatto con Soffiati; una pratica comune, ha detto il teste: all’epoca “si cercavano” contatti con le persone che facevano attività politica sia di destra che di sinistra. Fainelli ha dichiarato che Soffiati “era convinto che facevamo lo stesso mestiere”. “Lui mi diceva: guarda che siamo colleghi, perché lui aveva un'attività presso Camp Derby, mi sembra a Livorno, dagli americani, e diceva che praticamente eravamo tutti per la sicurezza dell'Italia”. Anche Carlo Maria Maggi, responsabile di Ordine Nuovo nel Triveneto e condannato per la strage di Piazza della Loggia, andava da Soffiati: lo so perché “lo esplicitava”.
Su questo punto è intervenuto il presidente della Corte Roberto Spanò: è “inquietante pensare” che “la persona che aveva i contatti con voi, che doveva aiutarvi a fare azioni antiterroristiche, poi in realtà sia la persona che forse ha trasportato la bomba che poi è stata destinata all'attentato di Piazza Loggia”.
Il teste ha ribadito che si fidava di Soffiati “anche perché gli ho fatto parecchie perquisizioni in casa e lui non ha mai nascosto niente”.
“E di Piazza della Loggia, dopo l’attentato, non gli ha chiesto nulla?”, ha chiesto il presidente della Corte.
“No, di preciso su Piazza della Loggia no. Anche perché se lui faceva qualcosa, se ne vantava”, ha risposto l’ex poliziotto.
E Roberto Zorzi? “Non lo conosco”. Oltre a questi soggetti appartenenti a Ordine Nuovo, Di Stasio aveva rapporti anche con il colonnello golpista Amos Spiazzi di Corte Regia, l’uomo che aveva in mano la Gladio nel Nord Italia.
Ricordiamo che Già all'inizio degli anni Sessanta - dichiarò il generale di corpo d'armata Vittorio Emanuele Borsi di Parma - il SIFAR sapeva “dell'esistenza di Ordine Nuovo come struttura sorretta dai servizi di sicurezza Nato e che aveva compiti di guerriglia e informazione” dipendenti “dal comando Ftase allocato a Verona”. Marcello Soffiati fu un elettrotecnico proveniente dalle file della Giovane Italia e figlio di Bruno, ex squadrista e nel dopoguerra militante nelle Sam (Squadre d’Azione Mussolini) e nel Msi che, con l'ufficiale delle SS austriaco Otto Skorzeny, partecipò all'arresto dei ministri che avevano tradito il duce il 25 luglio 1945. All'inizio degli anni Sessanta, oltre dieci anni prima il suo coinvolgimento nella strage bresciana di Piazza della Loggia, Soffiati frequentò Bolzano dove, con altri estremisti, si distinse nell'organizzazione di attentati e partecipò a riunioni alle quali era presente anche del maggiore Amos Spiazzi.
Soffiati, come recita la sentenza ordinanza del giudice istruttore di Venezia del 10 dicembre 1998, fu un “agente stabile” e “abilitato all'ingresso in Camp Darby”; era organico con Carlo Digilio, l'armiere di Ordine Nuovo che negli anni Novanta contribuì alle indagini sulla strage di piazza Fontana del 1969, nelle “strutture informative americane, coltivati e gestiti come veri e propri ufficiali di fatto dell'apparato di sicurezza”.
Per questo Carlo Digilio, che come primo referente statunitense ebbe David Carrett, ufficiale dei servizi di sicurezza militare e supervisore dell'attività di “infiltrazione dello stesso Digilio", risultò per anni infiltrato dal Comando Forze Terrestri Alleate del Sud Europa (FTASE) in Ordine Nuovo.
I “non ricordo” di Nico De Filippi Venezia
Durante l’udienza ha parlato anche Nico De Filippi Venezia, ex ordinovista veronese, indicato da diversi testimoni come una figura centrale nel panorama dell’estremismo di destra.
Per lui, come ha ripetuto più volte, sono tutte illazioni, racconti inventati.
L’accusa è stata chiara: “Volevamo dimostrare il ruolo maggiorente di Nico Venezia all'interno di Ordine Nuovo e i suoi legami strettissimi con l'imputato di questo processo”, cioè Roberto Zorzi.
Tali legami il teste li ha confermati (in parte): “Sui legami strettissimi tra me e Roberto Sordi li potevo confermare io. Le ho detto all'inizio che lui per me è ancora un amico perché siamo stati sempre amici, punto”.
Amici, ma mai “militanti”: “Io nei primi anni ’70 frequentavo gli ambienti della destra, in particolare quello di Ordine Nuovo”, ma “non c’è mai stata un’iscrizione”. Il procuratore aggiunto Silvio Bonfigli, durante l’udienza, ha letto stralci di verbale di interrogatorio a Umberto Zamboni, ordinovista di rango morto nell’ottobre 2015.
Dichiarazioni che farebbero intendere un certo grado di attivismo politico da parte di Venezia.
Per esempio sulla struttura di “Annozero”, una sigla legata sempre a Ordine Nuovo (verbale 25 ottobre 2013): “Annozero rappresentava la faccia pubblica di una determinata ideologia. Serviva cioè a ottenere adesione, senza che chi simpatizzava per noi si trovasse a subire problemi giudiziari. Io facevo parte di questa struttura”, disse Zamboni. “Ne esisteva poi certamente una clandestina e un livello intermedio tra la facciata pubblica e quella clandestina. Secondo me è proprio in questo livello intermedio, nel quale erano presenti anche elementi criminali comuni, che voi dovete cercare e che spiegano perché io non riesco a darvi una risposta. Poiché me lo chiede, l'unico trait d'union era proprio il Nico. Lui era quello che conosceva esattamente i movimenti di Massagrande quando rientrava. Quindi insomma Zamboni la individua come una persona centrale all'interno di Annozero”.
Per il teste queste sono solo fantasie e illazioni. Zamboni, sempre nei verbali, definisce Nico Venezia come l’erede di Elio Massagrande: “Era la persona della quale si fidava di più dal punto di vista operativo. Tenete presente che questa divisione era più interna che esterna, nel senso che il Nico comunque manteneva i rapporti con il Besutti. Poi l'ambiente aveva preso una brutta piega e il Nico non disdegnava contatti con la criminalità. Egli venne a trovarmi al negozio Legnami e in buona sostanza sondò la mia disponibilità a trasportare stupefacente occultato nel mobilio proveniente dal Paraguay.”
“Anche qua si sta inventando tutto Zamboni”, ha risposto il teste al pm.
“Lei ha mai partecipato a una riunione ristretta rivolta solo ai camerati veronesi con Zamboni e Massagrande, nella quale Massagrande preannunciò la sua partenza per la Grecia ed il nome del suo successore?”
Altra negazione.
Sempre Zamboni disse a verbale “che questa riunione fu preceduta da un'altra, ristretta e rivolta solo ai veronesi, alla quale partecipavamo io, il Nico e ovviamente il Massagrande. In questa riunione il Massagrande preannunciò la sua partenza, il nome del successore e che vi sarebbero stati solo presenti i camerati fedeli. La cosa era stata trattata con tale riguardo che, quando andavamo a Bologna con il Nico, non sapevamo dove si sarebbe tenuta la riunione. Ci sono queste due riunioni in cui Massagrande preannuncia la sua fuga in Grecia e indica lei come suo successore, una ristretta a Verona e una meno ristretta a Bologna, a casa del Fallica. Parla Zamboni che dice di essere andato con lei. Lei ricorda queste riunioni?” ha chiesto il pubblico ministero.
“Le ho già detto di no e non mi risulta di essere mai stato successore di nessuno. Comunque va bene, se l'ha detto Zamboni l’avrà detto Zamboni. Io non me li ricordo”, ha risposto il teste aggiungendo che “io nel 1972 ho avuto un incidente di auto, nel quale ho subito la frattura della rocca petrosa del cranio e a seguito di questo incidente sono stato riformato anche dal servizio militare col congedo assoluto perché avevo delle amnesie. Quindi, se io le dico che queste cose non le ricordo, non le so e per me non sono vere, è perché oggi è così”.
L’ingresso di Stefano Russo in Ordine Nuovo
Stefano Russo, ricordiamo, nell’udienza di luglio scorso aveva raccontato di aver deciso di allontanarsi dai camerati perché “cominciai ad avere forti sospetti che fossimo manovrati dai servizi americani”. Nessun approfondimento, però, “solo un sentore”.
Però di elementi ce ne sarebbero: secondo quanto ha detto, avrebbe conosciuto, mentre era dentro Ordine Nuovo, l'ufficiale dell'esercito italiano Amos Spiazzi di Corte Regia.
Oltre alla presenza ingombrante di un golpista in divisa, c'è anche la spinosa questione di Gladio e dei depositi di armi occulti, detti Nasco.
Mario Bosio, un altro ordinovista veronese, aveva indicato a Russo un punto in cui “sarebbe stato un Nasco, una fossa” in cui c'erano “degli involti di armi protette da grasso per evitare che si potessero arrugginire o guastare, e che sono questi posti dove queste armi vengono nascoste in attesa di poter essere usate” in caso “dell'ipotetica invasione da parte del Patto di Varsavia”.
Ma non gli chiese mai come e perché sapesse dell'esistenza del deposito. “Ricordo di aver accompagnato più volte Mario anche alla Ftase di Verona, in via Scalzi, una caserma estremamente ampia”.
Ma chi aveva fatto entrare Russo in Ordine Nuovo?
Sempre davanti alla Corte, il 3 luglio, Russo aveva detto che “io ricordo che chi mi introdusse a Ordine Nuovo fu Nico Venezia, che io conoscevo già, anzi era in classe con lui. Come arrivai alla sede di Ordine Nuovo, per essere chiaro, non lo ricordo, so che fu tramite lui”. “Che Stefano Russo, che era in classe con me, possa essere venuto con me alla sede di Ordine Nuovo, come a suo tempo veniva Roberto Zorzi. È possibile, ma ciò vuol dire che io ho introdotto a Ordine Nuovo qualcuno”, ha risposto il teste.
Ad un certo momento, dopo aver negato per l’ennesima volta, il presidente della Corte ha preso la parola dicendo che “quando si nega continuamente, le negazioni assumono un valore positivo. Uno finisce per negare l'evidenza e alla fine dà affidabilità alle cose che ha negato. Non è un metodo conveniente il negare l'evidenza”.
Il Presidente ha rinviato la prossima udienza al 16 dicembre 2025, ore 9:30.
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