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I giudici chiedono alla Consulta di valutare la norma che vincola il procuratore al ministro. Il silenzio di Nordio portò alla liberazione del torturatore libico

La Corte d’appello di Roma, con un’ordinanza del 30 ottobre resa nota ieri, ha chiesto l’intervento della Corte costituzionale per chiarire un nodo procedurale legato al caso Almasri. Al centro della questione ci sono i mancati adempimenti relativi all’esecuzione del mandato d’arresto internazionale della Corte penale internazionale (Cpi), competenza che spetta al ministro della Giustizia. I giudici sottolineano che "la situazione di stallo procedimentale venutasi a creare non solo determina le violazioni dello Statuto di Roma ma potrebbe anche costituire una violazione del principio di soggezione del giudice alla sola legge, in quanto l’attribuzione della discrezionalità politica al ministro della giustizia nella procedura in esame assoggetta il giudice a una scelta discrezionale di natura politica, inibendone l’attività giurisdizionale di adempimento degli obblighi internazionali".
Il caso, che presenta anche possibili implicazioni costituzionali, ruota attorno ai tempi e alle modalità con cui è stato gestito il mandato d’arresto della Cpi nei confronti del generale libico Almasri, transitato in Italia lo scorso gennaio. Dopo due giorni di fermo, durante i quali la Corte d’appello aveva chiesto senza esito al ministro della Giustizia Carlo Nordio di convalidare il provvedimento per completare la procedura, l’uomo era stato rimpatriato a bordo di un aereo militare.
Nel procedimento penale aperto dal tribunale dei ministri, Nordio — insieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano — aveva sostenuto di aver agito "per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante". La Giunta per le autorizzazioni della Camera, dal canto suo, aveva negato l’autorizzazione a procedere.
L’ordinanza di remissione alla Consulta mette in discussione la normativa che impone al procuratore generale di attendere il parere del Guardasigilli prima di adempiere agli obblighi di cooperazione con la Corte penale internazionale. "In mancanza di un atto del ministro della Giustizia", scrive la Corte, al procuratore generale non è consentito "di adempiere all’obbligo di cooperazione con la Cpi. Tale vulnus non consente a questa Corte di deliberare sulle medesime richieste, che non possono essere presentate dal procuratore non essendo state tramesse dal ministro, sebbene nel caso in esame la richiesta della Cpi sia stata oggetto di trasmissione diretta all’autorità giudiziaria tramite l’Interpol".
L’intervento della Consulta, dunque, sarà determinante per stabilire se l’attuale procedura rispetti i principi costituzionali e gli impegni internazionali assunti dall’Italia nell’ambito dello Statuto di Roma. 

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