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Tra i file trafugati figurano politici, dirigenti e sportivi, ma nessuna traccia di denaro o mandanti 

Dopo tre anni si sono concluse le indagini sul maresciallo della Guardia di Finanza Pasquale Striano e sull’ex magistrato Antonio Laudati (in foto). Entrambi ora rischiano di finire a processo, accusati di aver violato il perimetro della legalità con una serie di accessi abusivi ai sistemi informatici dell’Antimafia. Un’inchiesta che gli stessi magistrati hanno definito “mostruosa”, per l’enorme mole di dati sottratti, e che si è chiusa con la richiesta di rinvio a giudizio per ventitré persone. A tutti sono stati contestati, a vario titolo, accessi non autorizzati a banche dati riservate, rivelazione di segreto d’ufficio e falso ideologico. 
In tre anni di attività, Striano avrebbe consultato e scaricato una quantità impressionante di informazioni: migliaia di segnalazioni di operazioni sospette, centinaia di nomi inseriti in banche dati riservate e decine di migliaia di file prelevati direttamente dai computer della Direzione nazionale antimafia. Numeri che rendono l’idea della portata e della gravità dell’inchiesta.
Tra i file trafugati comparivano nomi di politici e figure pubbliche di primo piano: Guido Crosetto, Matteo Renzi, Attilio Fontana, Giovanni Toti, Giuseppe Conte, Matteo Salvini. Ma anche sportivi e dirigenti, come l’ex presidente della Figc Gabriele Gravina. Gli accessi riguardavano piattaforme di ogni tipo: dall’Agenzia delle Entrate al Ministero dell’Interno, dall’Aci al Ministero dell’Economia, fino ai database più sensibili della Dna. Una sorta di “Antimafia senza segreti”, come l’ha definita chi ha indagato sul caso, in cui perfino i verbali dei collaboratori di giustizia potevano essere consultati prima della chiusura delle indagini. 
Ad ogni modo, è il ruolo di Laudati ad apparire particolarmente controverso. Da coordinatore del gruppo dedicato alle segnalazioni sospette presso la Dna, l’ex magistrato avrebbe indirizzato accessi non autorizzati. In un caso, secondo gli inquirenti, per motivi strettamente personali, Laudati avrebbe monitorato la vendita di un terreno confinante con la propria abitazione a Santa Marinella, appartenente alla Curia dei frati minori conventuali. 
Resta comunque un nodo cruciale: il movente. Gli inquirenti non hanno trovato tracce di denaro in cambio delle informazioni, né legami con mandanti politici o organizzazioni criminali. Il gesto sembra piuttosto dettato da una sorta di ossessione, da quella che il procuratore Raffaele Cantone ha definito una “ricerca spasmodica di informazioni su persone mediaticamente esposte”. 

Foto © Imagoeconomica 

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