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Durante l’audizione a Palazzo San Macuto, il fratello della cittadina vaticana scomparsa torna sulla "pista di Londra" 

Due ore e mezzo di confronto serrato: tanto è durata la nuova audizione di Pietro Orlandi davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana scomparsa nel nulla il 22 giugno 1983, dopo una lezione di musica. Durante il suo intervento, Orlandi ha ripercorso con lucidità e amarezza quarantadue anni di attese, depistaggi e speranze troppe volte tradite. All’uscita da Palazzo San Macuto, dove i commissari lavorano per fare luce sul caso di Emanuela e su quello di Mirella Gregori, altra giovane ragazza sparita a Roma, il fratello di Emanuela si è rivolto ai giornalisti con la sua consueta chiarezza: “Sono convinto che la Commissione riuscirà a risolvere il caso di Mirella, perché lì il Vaticano non c’entra. Ma per Emanuela è diverso. Qui c’è il Vaticano, e ogni passo avanti significa scontrarsi con un muro.” - prosegue - “Sono certo che in Vaticano ci siano persone che sanno tutto”. 

A catalizzare l’attenzione, tuttavia, sembra essere ancora una volta la cosiddetta “pista di Londra”. Pietro Orlandi continua infatti a pensare che la verità possa trovarsi oltremanica. È per questo motivo che, durante l’audizione, ha voluto ribadire la necessità di approfondire una serie di lettere ricevute da un anonimo e indirizzate a figure di primo piano come l’arcivescovo di Canterbury George Carey e il sottosegretario britannico Frank Cooper. Quei documenti, datati 1993, parlano di Emanuela Orlandi viva e segregata in un edificio dei padri Scalabriniani a Londra. La grafologa Sara Cordella li ha bollati come falsi, ma Orlandi insiste: “Sono copie, non originali. Solo analizzando i documenti autentici si può stabilire se le firme siano vere”. E anche se si trattasse di un depistaggio, sostiene, “andrebbe comunque approfondito, perché i depistaggi fanno parte di questa storia: servono a nascondere la verità”. Si tratta di cinque fogli già finiti sulle pagine de L’Espresso nel 2017, che riportano dettagli minuziosi su presunte spese sostenute dal Vaticano per mantenere la ragazza in Gran Bretagna. Pietro Orlandi ha precisato di aver appreso dell’esistenza di questi documenti ai tempi del processo Vatileaks, dopo aver ascoltato un’intervista a Francesca Chaouqui: fu lei a parlargliene, e poi il giornalista Emiliano Fittipaldi li rese pubblici. Per Orlandi, tuttavia, il modo in cui quelle carte furono archiviate come “falsi” resta altamente sospetto: “Ci sono troppi nomi, troppi particolari precisi per liquidarli così”. 

Intervenuto ai microfoni del Fatto Quotidiano subito dopo l’audizione, Orlandi si è detto soddisfatto del clima di ascolto riscontrato in Commissione, ma non ha nascosto le difficoltà: “Ho visto persone che vogliono lavorare con onestà, ma c’è anche chi rema contro. È sempre stato così”. E aggiunge: “Abbiamo parlato di Marcinkus, di come tutti oggi lo accusino di frequentazioni criminali e di vita dissoluta. Nessuno si scandalizza. Ma mi chiedo: se fosse diventato cardinale, o Papa, avrebbero avuto lo stesso coraggio di giudicarlo? Io credo che nessuna veste renda un uomo intoccabile. Spoglio tutti dell’abito che indossano, perché siamo tutti uguali”. 

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Foto © Imagoeconomica 

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