Il mancato ravvedimento e le violazioni durante i permessi premio hanno pesato sul no dei giudici
Ignazio Pullarà, capomafia della famiglia di Santa Maria di Gesù, ormai 79enne, in carcere da 35 anni, sta scontando l’ergastolo per omicidio, associazione mafiosa, armi e droga. Il boss ha chiesto di poter finire la pena a casa, cioè in libertà condizionale con sola vigilanza, ma, dopo che la sua richiesta era già stata respinta dal Tribunale di Sorveglianza di Torino il 10 dicembre 2024, oggi anche i giudici della Cassazione hanno confermato quel no.
I giudici hanno precisato che, pur potendo gli ergastolani chiedere la libertà condizionale dopo almeno 26 anni di carcere - requisito che Pullarà ha -, manca comunque l’elemento decisivo: il suo ravvedimento. Infatti, per la magistratura di sorveglianza, ci sono stati segnali nettamente contrari. Durante i permessi premio del 2021 e del 2024, Pullarà avrebbe violato prescrizioni e, nel gennaio 2022, avrebbe incontrato anche Salvatore Giuseppe Marsalone, considerato esponente della stessa cosca di Santa Maria di Gesù. Inoltre, non ha intrapreso alcun percorso di risarcimento alle vittime; la difesa ha provato a giustificarsi con il reddito modesto, ma la Corte ha comunque ritenuto che il ravvedimento debba tradursi in comportamenti concreti e verificabili, tra cui la volontà attiva di attenuare i danni provocati.
La Cassazione insiste su un punto di principio: il pentimento autentico non è un sentimento dichiarato, ma un cambiamento dimostrabile nel tempo, fatto di adesione costante alle regole, segnali di reale distacco dalle scelte criminali e di impegno verso le conseguenze dei reati. Nel caso di Pullarà, mettendo insieme la gravità dei fatti commessi, le violazioni durante i permessi, l’incontro con un affiliato e l’assenza di risarcimenti, non si può parlare di “ravvedimento sicuro”.
Fonte: Palermo Today
Foto © Imagoeconomica
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