“Mio marito condannato ingiustamente”, parla la moglie di Massimo Zen, ex guardia giurata detenuta per aver ferito a morte un ladro
“Sono troppo poche le persone impiegate nel carcere, ci sono poche risorse. Forse con più risorse si riuscirebbe ad ottenere prima una riabilitazione. E deve essere una riabilitazione reale e tangibile”. A parlare, intervistata da ANTIMAFIADuemila, è Franca Berto, moglie del detenuto Massimo Zen, ex guardia giurata che all’alba del 22 aprile 2017 uccise il giostraio Manuel Major che con due complici stava fuggendo dopo aver piazzato alcuni colpi ai bancomat nel padovano. Oggi Massimo Zen è recluso nel carcere di Verona dove sta scontando una pena a 9 anni e sei mesi per “omicidio volontario”. Una sentenza che Zen e la famiglia hanno sempre contestato, escludendo categoricamente la volontarietà dell’atto: Massimo Zen è intervenuto - afferma la compagna che da anni si batte per dimostrare la sua innocenza - per facilitare l’intervento dei carabinieri nell’inseguimento e la situazione è poi degenerata allorquando l’ex guardia giurata ha percepito l’esplodere di colpi di pistola da parte della banda (che poi si rivelò essere una pistola giocattolo). Ai colpi, Zen rispose con la sua Glock, ferendo a morte (senza volerlo, ribadisce la famiglia) l’autista della vettura in fuga. Dopo un lungo e complesso iter giudiziario, culminato con la condanna definitiva in Cassazione, Franca Berto ha fatto più volte visita al marito recluso riscontrando la dura realtà del carcere in cui si trova. Una realtà di disagio, abusi, falle e abbandono riscontrabile nella stragrande maggioranza dei penitenziari italiani. “La violenza nelle carceri è una realtà che esiste ed è purtroppo dettata dall’ignoranza”, afferma. “Lì dentro si ha paura del diverso e la maggior parte dei detenuti vengono considerati dei reietti”. Specialmente i detenuti stranieri “che hanno pure la barriera linguistica e non possono reagire a certi soprusi”. Franca Berto parla anche del diverso trattamento riservato ai detenuti “comuni” rispetto ai detenuti di una certa classe sociale e di come, a differenza dei primi, per questi non esista la certezza della pena. “Questo lo vedo già da come vengono trattati i parenti dei detenuti comuni”, commenta ricordando alcune umiliazioni subite dal personale penitenziario durante le visite. Tra i temi affrontati nell’intervista si è parlato anche delle falle delle carceri, sempre più terreno fertile per le organizzazioni criminali. “Le carceri - sostiene, parlando delle droghe e dei telefoni che entrano nelle celle - sono bucate. Oggi vengono addirittura buttati pacchi con droni”. Infine il dramma dei suicidi dietro le sbarre. Il 2024, dichiara la moglie di Massimo Zen, “è stato l’anno con più morti in carcere di sempre con 94 casi”.
“La maggior parte dei suicidi avviene perché non hanno futuro fuori - spiega - e infatti spesso avvengono a ridosso dell’uscita dal carcere quando stanno finendo la pena. Sanno che, seppur hanno fatto un percorso riabilitativo all’interno del carcere, fuori si confronteranno comunque con la vita che avevano e ritorneranno a fare quello che facevano prima. E se per una volta ce l’hanno fatta perché la testa ha retto, sanno che la seconda volta non reggeranno”. Ecco perché Franca Berto chiede alle istituzioni e al governo un intervento urgente. Nei penitenziari, sostiene, serve più personale, più risorse e soprattutto più lavoro. “Il carcere ti fa vivere solo se dentro hai uno scopo. Va garantito un lavoro. Massimo sta sopravvivendo perché lavora in carcere. Dobbiamo garantire il lavoro a tutti”, aggiunge. “Non è la quantità del tempo dentro le carceri a riabilitare il detenuto, ma la qualità di questo tempo e il tipo di lavoro che viene fatto all’interno per riabilitare, quindi colloqui con gli psicologi e con gli educatori. Ma non ci sono né gli uni né gli altri e soprattutto non c’è lavoro”. Il governo, conclude, “deve investire sulla riabilitazione in carcere”.
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