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La magistrata ai microfoni di Repubblica: “Le mafie guardano anche alle frane, la ricostruzione è il nuovo business”

Marzia Sabella è stata per anni una figura di primo piano nella lotta a Cosa nostra, procuratrice aggiunta a Palermo e punto di riferimento nelle indagini più delicate. Ha deciso di lasciare la procura, ma attraverso i microfoni di Repubblica ha chiarito che questo non significa abbandonare l’impegno antimafia, anzi. Si tratta soltanto di un impegno che cambia forma. Ora, Sabella collabora con la commissione parlamentare d’inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico, perché anche lì - ha spiegato - si gioca una partita cruciale per contrastare le mafie. “Chi si sorprende della mia scelta dovrebbe sapere, ad esempio, che le frane italiane sono i due terzi di quelle censite in tutto il nostro continente e che ciò, tradotto in prevenzione e ricostruzione, crea valanghe di denaro e di interessi. Si tratta di uno dei temi più sensibili per il nostro Paese, una priorità nazionale che rende necessaria la spesa di ingentissimi capitali con procedure d’urgenza. Se dicessimo che le mafie sono indifferenti a questo, vorrebbe dire che di loro non abbiamo capito niente”.

Tornando alla scelta di lasciare la procura di Palermo, Sabella ha anche precisato di non averla vissuta come un addio. Anche perché “la procura di Palermo è un cognome che ci portiamo addosso anche quando andiamo via”. Oltretutto, già in passato le era successo di andarsene per poi tornare, e questo le fa dire che, in fondo, non c’è mai una separazione definitiva.

Nei ricordi della magistrata non mancano i momenti intensi e le emozioni. Come quelle vissute durante le indagini che portarono al ritrovamento, nel covo di Bernardo Provenzano, della macchina da scrivere con un pizzino ancora inserito. Naturalmente - ha ricordato nell’intervista con il giornalista di Repubblica, Salvo Palazzolo - ci sono stati anche giorni complicati: come quando “una microscopia smette di registrare sul più bello” Oppure, “quando provi sulla tua pelle le avversioni o i silenzi del tuo stesso corpo giudiziario”.

Quanto a Cosa nostra, spiega che oggi appare diversa rispetto agli anni Novanta soltanto perché le indagini e gli arresti quotidiani impediscono che ritorni a essere quella di prima. Infine, Marzia Sabella riflette sul ruolo delle donne dentro la magistratura e dentro i clan. Nel primo caso, i numeri parlano chiaro: le procure antimafia di maggiore rilievo sono sempre state guidate soltanto da uomini. Nel secondo, si assiste a un passaggio dalla semplice connivenza a una partecipazione sempre più attiva. “E di collaborazioni al femminile neanche l’ombra”.

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