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La denuncia del capo della procura di Bari: "La giustizia italiana sempre più ingolfata, persistono gravi inefficienze"

Giovanni Falcone non ha mai detto di essere favorevole alla separazione delle carriere, ero lì ad assistere a quel discorso. Lui era per la professionalizzazione del pubblico ministero, un pm che deve essere formato a saper fare le indagini. Quell’intervento non può essere strumentalizzato per portare avanti un duro attacco alla democrazia”. E ancora: “In quasi tutti i paesi del mondo dove è in vigore la separazione delle carriere, i pm sono sotto il potere politico. Per questo l’obiettivo finale è portare il pubblico ministero sotto l’esecutivo minando il principio di autonomia della magistratura”. Queste sono alcune delle parole pronunciate dal capo della procura di Bari, Roberto Rossi, durante una ricca e interessante intervista rilasciata al quotidiano “Domani”. Ai microfoni del giornalista Nello Trocchia, il magistrato, con un passato nel Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), ha espresso con forza la sua critica alla separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Rossi non ha mancato di evidenziare anche i rischi legati alle recenti iniziative in materia giudiziaria, riforme che potrebbero rievocare visioni simili a quelle di personaggi pericolosi come Licio Gelli. Ma procediamo con ordine, partendo dal concetto di magistrato libero dalle correnti.
Il procuratore Rossi non si nasconde: la proposta del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, oltre a basarsi su una falsa premessa, rischia di portare il pubblico ministero sotto l'influenza diretta del potere esecutivo, compromettendo l'autonomia della magistratura. “Ribaltando il ragionamento - ha spiegato Rossi -, creiamo un parlamento che viene nominato con il sorteggio così è libero dai partiti; la democrazia ha i suoi limiti, ma le alternative - ha precisato - sono peggiori. Inoltre, il Csm negli ultimi due anni ha nominato il 70 per cento dei suoi dirigenti all’unanimità, il parlamento non riesce a nominare i giudici costituzionali, per questo aboliamo la democrazia parlamentare?”. Oltre alle strumentalizzazioni, come quella che riguarda Giovanni Falcone, che - precisa Rossi - non era favorevole alla separazione delle carriere ma puntava alla professionalizzazione del pubblico ministero per rafforzare le indagini, altrettanto preoccupanti sono le riforme della giustizia che rischiano di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Idee che ricordano, secondo Rossi, quelle di Licio Gelli, “finanziatore della strage di Bologna e nemico della democrazia e dell’equilibrio tra i poteri. Mi auguro che le sue idee di giustizia non diventino un riferimento per nessuno”.


La giustizia in Italia si è ingolfata: le priorità che Nordio continua a ignorare

Nonostante la direzione intrapresa da Nordio, persistono gravi inefficienze nella gestione della giustizia. Tra queste, il rinvio dei processi per difetti di notifica e l’introduzione di un’applicazione digitale rivelatasi fallimentare. “Le priorità sono altre - ha sottolineato Rossi - ma non vengono affrontate. La maggior parte dei processi viene rinviata per difetto di notifica; basterebbe modificare la norma per introdurre la notifica digitale in tutti i casi. La depenalizzazione, invece, avrebbe un effetto positivo, eliminando reati minori e riducendo il carico di lavoro. Bisogna investire nell’informatizzazione e smetterla di accusare i magistrati di scarsa produttività. I dati dimostrano che siamo i più produttivi d’Europa”. Per restare in tema di produttività, il procuratore Roberto Rossi ha spiegato il paradosso di una giustizia che prova a modernizzarsi, ma che finisce sempre per tornare all’età della pietra. Il primo esempio, tra tutti, è la nuova applicazione che avrebbe dovuto migliorare la gestione dei processi e rendere più efficienti gli uffici giudiziari. “Questa App ha dimostrato falle e si è rivelata inadeguata, basta leggere i provvedimenti dei capi degli uffici per capirlo. Noi abbiamo scoperto che ci sono procedimenti che passano dal pm al gip, ma poi spariscono e ricompaiono dopo giorni. A me non sembra un modo giusto per digitalizzare e migliorare l’offerta di giustizia. Il ministero - ha proseguito - ci ha chiesto di verbalizzare a mano i verbali delle udienze e poi di scannerizzarli”. Pur riconoscendo alcuni successi nella lotta alla criminalità organizzata, Rossi ha messo in guardia contro norme inefficaci che potrebbero favorire l’espansione delle mafie. “La mafia vive di corruzione, di false fatture, di operazioni inesistenti, di reati fiscali; allora se non vengono introdotte norme serie che combattono l’evasione fiscale la mafia continuerà a crescere. La procura ordinaria deve mettere in atto una guerra contro la criminalità economica, mentre la distrettuale antimafia deve contrastare quella organizzata altrimenti il rischio è di fare un lavoro a metà”. Ulteriori critiche sono state rivolte all’interrogatorio preventivo introdotto dal governo: “Così l’indagato per furto, denunciato da una persona, ha il tempo di minacciarla. Questa è sicurezza?”. Non da meno, infine, sono i rischi che si annidano nella riforma delle intercettazioni. “Se si dovesse introdurre la normativa che riduce i giorni per intercettare, salvo proroghe molte complicate - ha concluso il capo della procura di Bari - la stragrande maggioranza delle indagini, anche antimafia, non sarà più eseguibile. La mafia foggiana e suoi complici saranno contenti”. 

Foto © Imagoeconomica

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