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di AMDuemila
Depositate le motivazioni della sentenza di Cassazione del processo Mafia Capitale

"La Corte ha escluso il carattere mafioso dell'associazione contestata agli imputati e ha riaffermato l'esistenza, già ritenuta nel processo di primo grado, di due distinte associazioni per delinquere semplici: l'una dedita prevalentemente a reati di estorsione, l'altra facente capo a Buzzi e Carminati, impegnata in una continua attività di corruzione nei confronti di funzionari e politici gravitanti nell'amministrazione comunale romana ovvero in enti a questa collegati". E’ quanto scrivono i giudici della Corte Suprema di Cassazione nella motivazione della sentenza del processo Mafia Capitale. Lo scorso ottobre, la VI sezione penale della Cassazione, presieduta da Giorgio Fidelbo, ha deciso che il ‘mondo di mezzo’ dell'ex Nar Massimo Carminati e dell'ex Ras delle cooperative Salvatore Buzzi non era un'associazione mafiosa. "La Corte - si legge nel documento - senza affatto negare che sul territorio del comune di Roma possano esistere fenomeni criminali mafiosi, come questa Corte ha avuto modo di affermare, ha spiegato che i risultati probatori hanno portato a negare l'esistenza di una associazione per delinquere di stampo mafioso: non sono stati infatti evidenziati né l'utilizzo del metodo mafioso, né l'esistenza del conseguente assoggettamento omertoso ed è stato escluso che l'associazione possedesse una propria e autonoma 'fama' criminale mafiosa".

“Collusione generalizzata”
Secondo i giudici della Cassazione “quello che è stato accertato è un fenomeno di collusione generalizzata, diffusa e sistemica, il cui fulcro era costituito dall'associazione criminosa che gestiva gli interessi delle cooperative di Buzzi attraverso meccanismi di spartizione nella gestione degli appalti del Comune di Roma e degli enti che a questo facevano capo. Ciò ha portato alla svalutazione del pubblico interesse, sacrificato a logiche di accaparramento a vantaggio di privati. Il quadro complessivo riporta un 'sistema' gravemente inquinato, non dalla paura, ma dal mercimonio della pubblica funzione. Una parte dell'amministrazione comunale si è di fatto 'consegnata’ agli interessi del gruppo criminale che ha trovato un terreno fertile da coltivare". Per i giudici i fatti “raccontano” “anche di imprenditori che hanno accettato una logica professata da Buzzi e dai suoi sodali, basata sugli accordi corruttivi, intercorsi tra funzionari pubblici e imprenditori, convergenti verso reciproci vantaggi economici. In questo modo si è limitata la libera concorrenza e ciò è avvenuto attraverso forme di corruzione sistematica, non precedute da alcun metodo intimidativo mafioso”. La Suprema Corte ha poi evidenziato che “alla fine è confermata la responsabilità penale di quasi tutti gli imputati per una serie di gravi reati contro la pubblica amministrazione, oltre che per la partecipazione alle associazioni criminali, ribadendo sotto questi profili le precedenti decisioni di merito. L'annullamento con rinvio alla Corte di appello di Roma per qualche imputato - si legge nel documento - è stato determinato dalla necessità di un nuovo giudizio sulla responsabilità per reati contro la pubblica amministrazione, nella maggioranza dei casi, invece, dalla necessità di operare una rideterminazione della pena a seguito dell'esclusione del carattere mafioso delle due associazioni criminose".

Il ruolo di Carminati
I giudici della Cassazione all’interno della sentenza avevano ridotto il ruolo dell'ex militante dei Nar: "Appare evidente, dalla semplice lettura della sentenza di secondo grado, che non risulta affatto il ruolo di Massimo Carminati quale terminale di relazioni criminali con altri gruppi mafiosi". "Nessun ruolo era gestito da Carminati con settori finanziari, servizi segreti o altro; - si legge nel documento - la gestione delle relazioni con gli amministratori era compito quasi esclusivo di Salvatore Buzzi, avendo Carminati relazioni determinanti solo con alcuni ex commilitoni nella medesima area politica di estrema destra che, in un dato periodo, erano stati inseriti nell'amministrazione comunale". Secondo gli ermellini Carminati e il suo gruppo non avrebbero avuto "contatti significativi" con il clan dei fratelli Senese, con i Casamonica, con Ernesto Diotallevi ("esponente della cosiddetta banda della Magliana e tramite del sodalizio con la Mafia siciliana di Pippo Calò"), e con il clan dei Santapaola, come raccontato da un pentito.

“Erronea valutazione della corte d’Appello”
Diversamente dalla Corte di Cassazione, i giudici d’appello avevano riconosciuto 416 bis, ovvero l'accusa di associazione mafiosa. Per i giudici ermellini quella “valutazione dalla Corte di Appello si rivela gravemente erronea”. "È di palmare evidenza che non solo non risulta la 'disponibilità di armi' - hanno sottolineato i giudici - ma neanche sono state dimostrate nel giudizio le 'strette relazioni con gli altri gruppi mafiosi' (la stessa motivazione della sentenza di appello la esclude) mentre 'lo sfruttamento della forza di intimidazione' è circostanza che questa Corte di Cassazione, nelle sentenze citate, basava su di un determinato materiale indiziario, ma che il tribunale, sulla scorta dell'istruttoria dibattimentale, che certo non è stata di mero completamento di prove formate in fase di indagine, ha smentito".
A commentare le motivazioni della sentenza di Cassazione di Mafia Capitale è stato il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, in un post su Facebook: "La Cassazione ha confermato che Buzzi e Carminati erano impegnati in una continua attività di corruzione nei confronti di funzionari e politici gravitanti nell'amministrazione comunale romana. Una conferma che non stupisce di certo me, Virginia Raggi e chi conosce realmente il malaffare romano e non solo. Qualcuno obietterà che però non viene riconosciuta l'associazione mafiosa per l'organizzazione di Buzzi e Carminati. È vero ma ciò non vuol dire che a Roma non esista la Mafia”. Secondo Morra “è la stessa Corte a chiarirlo e vi prego di condividere questo passaggio: 'Senza affatto negare che sul territorio del comune di Roma possano esistere fenomeni criminali mafiosi, come questa Corte ha avuto modo di affermare, ha spiegato che i risultati probatori hanno portato a negare l'esistenza di una associazione per delinquere di stampo mafioso'. La mafia a Roma c'è. - ha concluso - La corruzione della politica romana negli anni passati è stata sistematica da parte del 'mondo di mezzo'. Chi non vede nella lotta al crimine una battaglia prioritaria da portare avanti a Roma, e nega i primi risultati della stessa, è in malafede".

Foto © Imagoeconomica

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