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casamonica giuseppe citofonodi Emiliano Federico Caruso
Giuseppe Casamonica, considerato il boss dell'omonimo clan dopo la morte di Vittorio "Il re di Roma" nell'agosto del 2015, è stato ora condannato al regime di carcere duro.
Già considerato tra i quattro "Re di Roma" dell'inchiesta di Mafia Capitale, il boss Giuseppe Casamonica è stato appena condannato al cosiddetto regime di carcere duro dietro richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma, confermata anche dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo.
Considerato il "Re" delle zone romane di Anagnina e Tuscolano, specialmente dopo la morte del boss Vittorio Casamonica, ma con un potere criminale che arrivava fino alle spiagge di Ostia, Giuseppe è accusato di un intero curriculum criminale fatto di estorsioni, violenze, associazione a delinquere di tipo mafioso e traffico di droga. Ma torniamo indietro di qualche decennio con questa storia.
Sono gli anni '50 in Italia, quelli del secondo dopoguerra, del boom economico, della Fiat 500 e delle gite fuori porta. Ci sono soldi e lavoro per tutti e un intero paese da ricostruire. In questo clima laborioso e spensierato c'è una famiglia sinti originaria delle terre abruzzesi e molisane (in particolare Pescara e Venafro) che decide di piantare solide radici nella Capitale. Sono i Casamonica, originati in parte dalla famiglia Di Silvio (un nome che più avanti ritroveremo nelle cronache della mafia capitolina) e preceduti da una solida fama di laboriosi "cavallari".
Nella Capitale del boom economico i Casamonica decidono però di non occuparsi di cavalli, ma di qualcosa di ben più sbrigativo, semplice e vantaggioso. Dopo aver piantato la prima base operativa a Romanina, nella periferia est di Roma, i Casamonica iniziano una veloce ascesa criminale fatta di estorsioni, usura e traffico di droga, grazie soprattutto al talento criminale del capoclan Vittorio (i cui pomposi funerali nell'agosto del 2015 causeranno non poco imbarazzo al Comune di Roma).
Il salto di qualità lo fanno però negli anni '70, quelli del terrorismo, delle Brigate rosse e dei sequestri di persona, spesso finiti male come nel caso di Aldo Moro nel 1978. Quelli che chiameranno, poi, gli "Anni di piombo". In questo clima di terrorismo i Casamonica stringono contatti con i clan Casalesi, oltre a solide e proficue alleanze, sia criminali che parentali, con numerose altre famiglie sinti come i Cena, i Barovero, i De Rosa, Di Guglielmo, Di Rocco, Ciarelli, Di Lauro, Zini, Spinelli e Spada (un altro nome che poi ritroveremo spesso nella storia criminale romana) e, giusto per non farsi mancare nulla, appoggiati dal clan bosniaco dei Seferovic (di cui faceva parte, tanto per dirne una, Mario "Alessio il sinto" Seferovic, che lo scorso anno abusò sessualmente di due ragazze conosciute in chat).
Ormai radicati, negli anni successivi, anche a Ostia e nelle zone romane di Porta Furba, Spinaceto, Tuscolano, Anagnina fino a Frascati e Monte Compatri, e forti di un patrimonio che la Direzione investigativa antimafia valuterà poi in 90 milioni di euro, i Casamonica riescono a controllare un gigantesco traffico di droga che arriva persino in Germania, Paesi Bassi e Spagna, intrecciandosi anche con la politica e con i peggiori nomi della storia criminale capitolina. Tanto per ricordare: il capostipite Vittorio Casamonica, solerte usuraio e crudele riscossore di crediti per conto di altri clan, negli anni '80 riscuoteva il denaro prestato a usura per conto di Enrico Nicoletti, a sua volta usuraio e cassiere della Banda della Magliana. Ma, nella storia della criminalità, nessun boss dura per sempre.
Passano gli anni, e un nuovo nome si impone nei clan sinti di Roma: quello di Giuseppe Casamonica. Nato a Pietrasanta, in Toscana, l'11 giugno del 1972, Giuseppe "Bìtalo" Casamonica scala rapidamente i gradini della mala capitolina fino ad essere considerato uno dei quattro "Re di Roma" della storia di Mafia capitale, scoperchiata i primi giorni di dicembre del 2014, insieme a Michele Senese, Massimo Carminati e Giuseppe Fasciani.
Mentre "Bìtalo" a Roma spadroneggiava ad Anagnina e al Tuscolano, Senese si era preso le zone a sud-est della capitale, Carminati il centro e la zona nord, mentre Fasciani si occupava degli affari criminali dal quartiere di san Paolo fino al Lido di Ostia, dove divideva gli "affari" insieme ai clan Di Silvio-Casamonica, Triassi, Spada e Guarnera. Qui, a Ostia, i cinque clan tentavano di dare riciclare il denaro investendolo nella gestione di stabilimenti balneari, poi chiusi a seguito di varie indagini.
Ma il grosso dei traffici i Casamonica lo fanno con il traffico di cocaina, di cui detengono il monopolio nelle zone da loro controllate. E proprio per traffico di cocaina Giuseppe Casamonica, a fine gennaio del 2009, viene condannato a 10 anni di carcere. Durante la forzata assenza di "Bìtalo" è la sorella maggiore, Liliana Casamonica (già arrestata in passato per aver tenuto prigioniera l'ex cognata minacciandola di sfregiarla con l'acido e di portarle via i figli) a prendere il controllo degli affari nelle zone pasoliniane di Porta Furba: riscuote i crediti (naturalmente alla maniera mafiosa), si occupa della contabilità, della gestione dello spaccio di droghe e di mantenere i rapporti con gli avvocati del clan. Gli ordini le arrivano direttamente dal fratello, durante i vari colloqui in carcere.
Ma il forzato ritiro di Giuseppe Casamonica, in teoria, doveva essere ben più lungo di 10 anni, se non fosse stato per due "incidenti di percorso". Nel giugno 2008 un'altra condanna a sei anni nei confronti di "Bìtalo", per estorsione nei confronti di una pizzeria al Tuscolano, finisce in prescrizione dalla Corte d'appello perchè la sentenza di secondo grado arriva troppo tardi, nel 2014. Inoltre un'ordinanza del tribunale di sorveglianza, a marzo del 2017, concede a Giuseppe Casamonica il trasferimento a Trivigliano, in una struttura di recupero per tossicodipendenti, motivando la misura come "...idonea ad assicurare per il condannato una possibilità di recupero e il contenimento della sua pericolosità sociale". Praticamente viene considerato un semplice e innocuo tossicodipendente.
"Bìtalo" esce dalla struttura all'inizio di luglio 2018, ma rimane libero per pochi giorni. Il 17 dello stesso mese viene infatti raggiunto da un'ordinanza di custodia cautelare insieme ad altre 36 persone, tra i quali troviamo molti nomi dei clan Spada e Casamonica sparsi tra Reggio Calabria e Cosenza. Parliamo dell'operazione "Gramigna", che ha coinvolto 250 carabinieri del Comando provinciale di Roma, aiutati anche dalle dichiarazioni di di Debora Cerreoni, la donna che Liliana Casamonica teneva segregata in casa con la minaccia dell'acido ed ex moglie di Massimiliano Casamonica, fratello di "Bìtalo". La Cerreoni, figlia di un ex legato alla Banda della Magliana, ricostruisce per gli inquirenti l'intera organizzazione, i nomi, la gerarchia, i traffici e persino il gergo utilizzato dagli esponenti del clan.
L'operazione "Gramigna" riconosce infine Giuseppe Casamonica come figura di primo piano nelle operazioni del clan omonimo e attribuisce, a lui e agli altri arrestati, un intero curriculum criminale di estorsione, associazione a delinquere di stampo mafioso (il 416 bis), intestazione fittizia di beni e traffico di droga, che veniva procurata da Luciano Strangio, uomo di fiducia a Roma per conto della cosca 'ndranghetista di San Luca. In tutto, ai 37 arrestati vengono riconosciuti ben 55 capi di accusa. Una carriera criminale di primo piano, quella di Giuseppe "Bìtalo" Casamonica, iniziata sul potere costruito dal capostipite Vittorio, esteso poi da Frascati fino al Lido di Ostia, e finita ora con una condanna al 41 bis.

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