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Vittorio Occorsio fu un magistrato senza paura, uno di quelli grossi. Si occupò, tra le altre cose, del processo per la Strage di Piazza Fontana e, primo tra tutti i magistrati, dei legami tra la loggia massonica P2, il Sifar, i servizi deviati e il terrorismo. Un magistrato scomodo, quindi, al punto che venne ucciso dal terrorismo di estrema destra nel 1976, nel mezzo degli storici Anni di Piombo. A lui è intitolata la sala più grande del Palazzo di Giustizia di Roma, dove alle 9.30 della mattina del 5 novembre è iniziato il processo a Mafia Capitale, quell’immenso e complesso apparato mafioso che ha trasformato Roma un una “mucca da mungere” con la complicità di imprenditori, faccendieri, esponenti politici e amministratori, in tutto 46 persone ora rinviate a giudizio tra l’aula Occorsio e la sala bunker del carcere di Rebibbia. Un sistema potenziato dal più classico degli scenari mafiosi, fatto di appalti truccati, intimidazioni, omertà e dalla potenza derivata al vincolo associativo.

Quel che è iniziato davanti ai giudici della decima sezione del tribunale del presidente Rosanna Iannello viene già definito “La madre di tutti i processi” con una sessantina di avvocati, migliaia di intercettazioni, documenti e 46 imputati, dei quali erano presenti in videoconferenza, per motivi di sicurezza, proprio quelli che vengono considerati i vertici dell’organizzazione. Da Massimo Carminati, ex NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) e già sodale della storica Banda della Magliana, ora in regime di 41 bis nel carcere di Parma, passando per Riccardo Brugia, ex NAR anche lui e sodale di Carminati, considerato il custode delle armi (mai trovate) a disposizione del sodalizio e ancora detenuto a Terni, fino a Salvatore Buzzi, il capoccia delle cooperative che costituivano l’ossatura del sistema Mafia Capitale, ora sostenuto dal legale Alessandro Diddi, che candidamente continua ad affermare “A Roma la mafia non esiste, c’è un cattivissimo costume, ma non la mafia”.

Presenti in aula, tra gli altri, anche quel Giordano Tredicine re delle bancarelle di Roma, accusato di corruzione aggravata e già passato per i domiciliari, Mirko Coratti, ex presidente del Consiglio comunale, ex vicepresidente della Commissione patrimonio, tra i più votati del PD e considerato a busta paga del sistema Mafia Capitale, e Luca Odevaine, ex del Tavolo di coordinamento nazionale che si occupa dei richiedenti asilo in Italia. Secondo il gip (Giudice delle indagini preliminari) Odevaine si intascava 20 mila euro al mese per favorire la cooperativa “La Cascina” sulla gestione dei migranti, anch’essa orbitante nella galassia di Buzzi. Un giro, questo dei richiedenti asilo, che costituiva una delle maggiori entrate economiche del sistema Mafia Capitale.

Proprio Odevaine, ora ai domiciliari dopo quasi un anno di carcere, ha ammesso tramite il suo legale Luca Petrucci di “aver fatto degli errori” e si è detto disposto a collaborare con i magistrati. Ma in generale i legali non sembrano aver gradito il programma previsto dal Tribunale, che prevede 130 udienze fino a luglio del 2016, minacciando di rimando una sorta di sciopero di quattro giorni, poi limitato alla sola giornata di lunedì 9 novembre.

A dirsi particolarmente infastidito è stato proprio colui che viene considerato il vertice del sistema che ha trasformato Roma nella “Vacca da mungere”: Massimo Carminati. L’ex NAR infatti, che dal suo arresto non ha mai parlato con i pm, si dichiara offeso dal fatto che il suo nome sia accostato a concetti come mafia e droga, e tramite il suo legale Giosuè Naso ha fatto sapere che “...ora parlerà, è intenzionato a difendersi in maniera diversa dal solito. Vuole chiarire molte cose e lo farà”.

Il processo, paragonabile per importanza e portata mediatica a quello storico del 1985 (anche se lì gli imputati erano 475) e nel quale il Campidoglio si è costituito parte civile, dovrebbe ora spostarsi nell’aula bunker del carcere di Rebibbia. Dovrebbe, appunto, dal momento che Salvatore Buzzi ha avanzato la terza richiesta di patteggiamento a tre anni e nove mesi chiedendo di escludere l’aggravante del 416 bis (associazione mafiosa), che se rifiutata, come è molto probabile, costringerà il collegio a spogliarsi del procedimento affidandolo a un altro, con gli inevitabili rallentamenti dell’intero maxiprocesso.

Foto fonte Ansa

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