A Castelfranco Veneto, il primo novembre del 2016, si spense Tina Anselmi, la prima donna ad aver ricoperto la carica di ministro della Repubblica Italiana.
Fu durante la frequentazione del liceo quando, in un giorno di settembre, i nazifascisti la costrinsero ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri, suoi coetanei. Era il 1944 e aveva 17 anni: cambiò il suo nome e divenne Gabriella, staffetta partigiana. In sella a una bicicletta, le sue gambe percorsero centinaia di chilometri. Con fermezza e libertà.
La sua storia, tra poco, sarà raccontata in un film. Una produzione, si potrebbe dire, doverosa: Tina Anselmi fu una di quelle figure in grado di rappresentare concretamente i bisogni dei cittadini.
Un tale esempio dovrebbe essere conosciuto soprattutto dai giovani, ma, come ha ricordato Emanuela Guizzon, nipote della Onorevole e figlia di Maria Teresa Anselmi, la sorella maggiore di Tina, "oggi i diciassettenni non sanno neppure chi sia Tina Anselmi. È il momento di agire: ben venga il film sulla sua vita. Ognuno di noi cerca di fare quello che può per far conoscere chi fu davvero il Ministro Anselmi. Se abbiamo un sistema sanitario nazionale lo dobbiamo a lei. Perché diciassette anni è l’età delle scelte".
E per Emanuela, la scelta è stata segnata da quell'otto marzo 1980, quando una bomba venne individuata e disinnescata nella loro casa.
"Eravamo tutti in pericolo - racconta su 'Il Gazzettino' - sono stati anni di forti tensioni famigliari. Quando fu nominata a capo dell’inchiesta sulla P2 in casa è stato un crescendo di tensione; avevo 17 anni, e nell’Ottanta c’è stato l’attentato. Anni che ci hanno segnato profondamente".
La sua vita è stata "blindata. Non avevo libertà di movimento, avevamo i telefoni sotto controllo. Facevi una telefonata col moroso ed eri ascoltata, ti mettevi d’accordo a scuola per andare a mangiare un gelato in un sabato in primavera e poi non potevi andare. O venivi scortata, o ti passavano davanti le volanti. Noi dovevamo essere sempre vigili, se qualche auto rallentava era necessario memorizzare le targhe".
"Ho vissuto una specie di adolescenza negata - ha detto - la musica mi è stata di aiuto per elaborare. Sono diplomata in pianoforte. È difficile da spiegare a tanti anni di distanza: io ero molto arrabbiata".
Il prezzo per quella vita infatti era molto alto. "Noi per molto tempo non siamo esistite come persone, per molta gente eravamo la porta di accesso al Ministro Tina Anselmi. Oggi mi sento dire che prendo il vitalizio e non ho bisogno di lavorare. Non esiste nessuno che abbia in quanto nipote diritto al vitalizio".
Emanuela l’ha descritta come una "persona eccezionale. Attenta ai nostri bisogni, che si confrontava anche su temi spinosi: una volta mi chiese cosa ne pensassimo noi studentesse di liceo sulla legge a favore dell’aborto. In questo momento credo che zia sia un modello come ce ne sono pochi. Io credo di averla capita, abbiamo un carattere simile".
La ministra, si legge sempre su 'Il Gazzettino', "riceveva il lunedì a Castelfranco. Ma succedeva spesso che arrivasse a pranzo, con ospiti. Ricordo nitidamente quando venne Romano Prodi, all’epoca presidente dell’Iri. Anche i suoi figli studiavano al Conservatorio come noi. Vedere Prodi e mia zia a tavola mi fece pensare che nessuno nasce supereroe, ci si costruisce con la forza di volontà".
E poi ancora, gli sforzi di Tina per un "futuro al femminile": "Quando è passato il congedo di maternità, forse è stato il momento in cui l’ho vista più felice. Disse subito a noi nipoti: un domani se volete diventare mamme non dovrete scegliere se stare a casa o lavorare, potrete fare entrambe le cose".
Credo che a volte si chiedesse ‘chi me lo fa fare’ - ha concluso Emanuela - Furono anni durissimi. Però lei pensava sempre alle generazioni del domani, e guardandoci sembrava dicesse ‘so perché lo faccio’. Noi nipoti eravamo un po’ il suo binario”.

Fonte: ilgazzettino.it

Foto © Imagoeconomica

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