Traffico di stupefacenti, armi, esseri umani, rifiuti tossici, la tratta di donne e minori, il contrabbando di auto, il gioco d’azzardo, l’estorsione e l’usura, le truffe, il riciclaggio di denaro sporco, queste, in sintesi, le attività illecite che hanno fatto del crimine organizzato in generale la prima industria mondiale, con fatturati iperbolici.
Organizzazioni criminali in continua mutazione, spesso capaci di mimetizzarsi, comunque pronte a cambiare, sempre nel quadro di una sostanziale continuità con se stesse, quando dal localismo territoriale convenga passare a dimensioni globali e reticolari, formando un possente fronte aperto a pezzi della classe dirigente “legale”.
Se le mafie sono così forti da riuscire, anche dopo aver subito duri colpi (sul punto si veda l’ultima relazione della DIA presentata in Parlamento alcune settimane fa), a riapparire ciclicamente – o inabissarsi e risalire – è anche perché c’è quella che lo storico Salvatore Lupo indicava una ventina di anni fa (in Questione Giustizia, n.3/2002) come “richiesta di mafia” proveniente non solo da contesti della società civile, dell’imprenditoria e della politica italiane, ma anche dal sistema finanziario ed economico internazionale e di certi poteri costituiti.
Anche per questo lottare seriamente contro la mafia finisce spesso per essere controcorrente. Si continua a subire quel grave limite culturale che consiste nel percepire la mafia come un problema essenzialmente di ordine pubblico, cogliendone la pericolosità soltanto in situazioni di emergenza quando la mafia mette in atto strategie sanguinarie, trascurando i rischi della convivenza con la mafia quando essa adotta linee “attendiste”.
Una strategia meno sanguinaria ma più insidiosa perché l’invisibilità della mafia favorisce l’affievolirsi dell’attenzione anche in conseguenza del calo statistico dei fatti di sangue. La mafia cerca di mascherare il suo volto più feroce per recuperare e sviluppare spazi di intervento, affinando e rafforzando i meccanismi di accumulazione di capitale illecito per poi proporsi come soggetto capace di controllare l’economia e di esercitare una funzione di (apparente) sviluppo anche integrando o sostituendo le funzioni pubbliche.
Il potere criminale, ormai sempre più potere economico, ha profondamente trasformato il mercato e la concorrenza riducendoli a simulacri. Il sistema illegale, in effetti, gode di vantaggi enormi (per esempio capitali a costo zero, prezzi più bassi, non essendo il profitto l’obiettivo immediato, possibilità di avere costi unitari nettamente inferiori, la corruzione e la violenza intimidatrice), vantaggi che spiazzano ogni concorrente “pulito” fino ad espellerlo dal mercato.
Il riciclaggio, poi, porta ad investire ovunque vi sia ricchezza e flusso di denaro (anche in questo la DIA, nelle sue relazioni semestrali presentate in Parlamento, offre un panorama sconcertante sia a livello nazionale che europeo), fa si che non esistano zone franche rispetto alla minaccia di penetrazione mafiosa.
Così, il libero mercato e la leale competizione economica diventano o rischiano di diventare , ovunque, scatole sempre più vuote. Lo specifico mafioso, come noto, consiste essenzialmente in organizzazione, complicità e connivenze.. Ma ci sono anche le ambiguità, gli ammiccamenti, le sottovalutazioni, i ritardi e le superficialità: altrettanti regali fatti alle mafie, in buona fede o per timidezza per ignavia o viltà, o anche solo per miopia. Il lusso di continuare  a fare “regali” non possiamo proprio più concedercelo.

Tratto da: liberainformazione.org

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