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Il massacro di Ponticelli: il 2 luglio 1983, nel quartiere napoletano di Ponticelli, due bambine, Barbara Sellini e Nunzia Munizzi (di 7 e 11 anni) vennero rapite, seviziate e infine uccise. Del crimine vennero accusati tre giovani abitanti del quartiere che vennero poi condannati: Ciro Imperante, Giuseppe La Rocca e Luigi Schiavo, al tempo ragazzi di età compresa tra i 19 e i 21 anni.
Il processo a carico dei tre imputati, secondo la Commissione Parlamentare Antimafia, sarebbe da revisionare in quanto sono state rilevate numerose incongruenze: versioni spesso modificate, ritrattazioni e un supertestimone tale solo sulla carta.
Molti i punti che restano da chiarire secondo la commissione, secondo cui non sarebbero stati i tre operai a seviziare e uccidere, per poi bruciarne i corpi delle bambine.
Sarebbe il caso di proseguire con le audizioni, si legge nella relazione, "al fine di approfondire il legame che la camorra e in particolare i pentiti hanno avuto in questo caso". E per capire "se sono state esercitate pressioni al fine di nascondere qualcosa o coprire il vero colpevole di questo efferato delitto".
Nella convinzione che - secondo la deputata Stefania Ascari, componente della commissione - quella che è "una delle storie più cruente che il nostro Paese ricordi", coincida anche con "uno dei peggiori errori giudiziari della nostra storia recente". Ascari ha coordinato il lavoro - 49 pagine di testo più altre 24 di allegati - insieme con Luisa D'Aniello e Giacomo Morandi: "le sentenze si rispettano ma si devono poter commentare - ha detto nella conferenza stampa di stamane a palazzo San Macuto - Abbiamo sentito i tre ragazzi, oggi adulti, condannati per l'omicidio e marcati per sempre come 'mostri' e acquisito una enorme documentazione, mettendo in luce tutta una serie di elementi che, se riletti con diverse tecniche di riscontro delle prove, appaiono decisamente inverosimili. Ci auguriamo una revisione del processo che possa portare ad una verità reale". "Far ricadere la colpa su tre ragazzi - ha sottolineato l'Antimafia - voleva dire soprattutto sollevare la coscienza sociale dal timore che tra la gente comune potesse celarsi un 'mostro' capace di compiere crimini tanto efferati. Il duplice omicidio delle due bambine venne fatto passare quasi come 'una bravata tra amici finita male'. Uno degli elementi che più di ogni altro rivendica giustizia, sia per le vittime che per i tre ragazzi".
Ma un fatto ancor più singolare è emerso nel corso dell'audizione in Antimafia: La Rocca, Imperante e Schiavo hanno ammesso di aver beneficiato della protezione e della solidarietà degli altri reclusi durante l'intero periodo di detenzione, fatto anomalo per tre soggetti accusati di aver abusato sessualmente e ucciso due bambine. Il fatto, si legge nella relazione, è che i referenti della Nuova Camorra organizzata - che allora spadroneggiava sulla maggior parte dei quartieri e dei comuni dell'hinterland napoletano - diedero il via ad una serie di serrate indagini 'parallele', volte a stanare il vero responsabile dell'infanticidio. E fu proprio un emissario di Raffaele Cutolo a far giungere ai tre la notizia che il super boss di Ottaviano sosteneva la loro innocenza. Cosa che avrebbero fatto personalmente anche il camorrista Pasquale Galasso e il boss di Ponticelli Ciro Sarno.

I depistaggi
Dopo mesi di impasse, le indagini vissero una svolta improvvisa grazie alle dichiarazioni di Carmine Mastrillo, fratello di Antonella, un'amica delle due bambine scomparse: interrogato, inizialmente ammise di non sapere niente ma "in un secondo momento, dietro le pressioni degli inquirenti e solo dopo essere stato avvicinato nella caserma Pastrengo di Napoli dal pentito Mario Incarnato, ex reggente della Nuova camorra organizzata su Ponticelli, offrì una circostanziata, seppur illogica, ricostruzione dei fatti". Per l'Antimafia, non è troppo tardi per approfondire il possibile ruolo di "suggeritore" di Incarnato, che "conosceva bene il territorio dove si sono svolti i fatti e da cui provenivano tutti i testimoni". La pressione mediatica sulla vicenda era in effetti fortissima, e "si ripercosse sulla politica fino all'intervento dell'allora presidente Pertini: e ciò determinò, pertanto, la necessità di consegnare in tempi brevi il colpevole alla giustizia".

La Caserma Pastrengo di Napoli
All'interno della Pastrengo di Napoli "si sarebbero stabiliti rapporti di connivenza tra forze dell'ordine e pentiti": questi ultimi "vivevano in completa libertà di movimento e autonomia operativa", al punto da essere "coinvolti attivamente nella risoluzione dei casi ed utilizzati quale fattore intimidatorio per convincere testimoni a fare dichiarazioni e indiziati a confessare". Del resto, erano anni in cui "il pentitismo era una ghiotta opportunità per i camorristi, soprattutto perché non era ancora stata introdotta la legge che porterà lo Stato a farsi carico economicamente dei collaboratori di giustizia e dei loro familiari". Nella relazione si ricorda come "soggetti fortemente indiziati del delitto siano stati completamente ignorati ovvero arrestati e poi rilasciati senza che la loro posizione venisse realmente vagliata". Mentre "i tre condannati hanno dichiarato in udienza di aver subito percosse e torture da soggetti in borghese anche durante la stesura dei verbali che venivano interrotti, dandone atto, quando le dichiarazioni rese dal teste o dall'indagato non erano conformi a quanto ci si attendesse".

Fonte: Agi

Foto © Imagoeconomica

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