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Quando ho affrontato l’esame per diventare giornalista professionista, nel 1995, c’era un commissario che, come prima domanda, chiedeva, sulla base del documento d’identità, se il candidato sapesse l’origine del nome della via o della piazza dove abitava.
Perché, spiegava, se un giornalista non ha la curiosità di approfondire la cosa più vicina alla sua vita, non era adatto a fare il giornalista.
Ecco, la curiosità. Come motore primo della nostra professione. Insieme, ovviamente, alla precisione nell’accedere alle fonti e nel proporre le notizie, verificando con estrema attenzione la consistenza e la veridicità delle informazioni.

I destini degli individui
E poi, non meno importante, il rispetto per le persone, nella consapevolezza delle conseguenze che le notizie possono avere sulle vite e sui destini degli individui, oggetto delle notizie.
La mia esperienza personale aggiunge anche un altro elemento che non dimenticherò mai, frutto dell’insegnamento di un mio “maestro”: Sergio Zavoli.
Quando lavoravo nella sua redazione per la realizzazione del programma inchiesta “Viaggio nel Sud”, Zavoli, ogni volta che qualcuno di noi partiva per fare un servizio o raccontare una storia in un territorio, ci invitava ad avere “l’occhio della regina”, cioè a cogliere, nella situazione in cui ci saremmo trovati, quello che gli altri non vedevano, che andava oltre l’apparenza e al di là del primo, inevitabilmente superficiale, sguardo.

Incidenti e attentati
Con questi “ferri del mestiere” mi sono imbattuto in una storia che ha attivato immediatamente in me il tasto della curiosità.
Sono un appassionato di un programma tv abbastanza assurdo, “Indagini ad alta quota”, che racconta di incidenti aerei e anche di attentati in tutto il mondo.
Ci sono soltanto due puntate dedicate all’italia, ovviamente Ustica e la tragedia di Linate.
Qualcosa non mi tornava, nel cassetto della memoria mi risuonava un campanello, un avvertimento.
Andando a curiosare sulla rete ho visto che il più grave disastro aereo della storia dell’aviazione civile italiana è stato quello avvenuto il 5 maggio del 1972: un Dc8 dell’alitalia che si era schiantato sulla montagna davanti all’aeroporto di Punta Raisi a Palermo.

Interrogativi e silenzi
Un episodio che ricordavo vagamente, grazie al fatto che in quell’aereo viaggiava un mio lontano parente.
Nell’approfondire la notizia emergevano elementi sempre più inquietanti e interrogativi senza risposta.
Ma c’era una domanda che dominava su tutte: perché pochissimi ne avevano parlato e scritto? Eppure, si trattava di una notizia “enorme”.
I fatti: un aereo con 108 passeggeri e 7 membri dell’equipaggio in volo da Roma a Palermo, il giorno della chiusura della campagna elettorale delle elezioni politiche del 1972, le prime elezioni anticipate della storia repubblicana. Una campagna elettorale molto violenta, con scontri in piazza e attentati nel territorio.

Palla di fuoco
Su quell’aereo viaggiava una parte della “classe dirigente” palermitana: il Presidente del Tribunale di Palermo, che aveva messo in soggiorno obbligato la compagna, poi diventata moglie, del boss di Corleone Totò Riina, il Comandante della Guardia di Finanza della Sicilia, che aveva attivato inchieste molto importanti sul traffico di droga, il medico del bandito Salvatore Giuliano, giornalisti dell’ora di Palermo e intellettuali, come il regista Franco Indovina, noto alle cronache, oltre che per le sue attività cinematografiche, per essere il fidanzato dell’ex moglie dello Scià di Persia, ripudiata perché non in grado di procreare.
Cento e otto persone ignare, ovviamente, di quello che stava per accadere.
I piloti perdono il controllo dell’aeromobile, che si schianta sulla montagna.
I testimoni oculari dell’epoca, molti, perché appunto c’era la campagna elettorale con i comizi di chiusura, da Carini, il paese alle pendici del monte, raccontano di una palla di fuoco che si schianta sulla montagna.

Tutti senza scarpe
Le centinaia di persone accorse sul luogo, difficilmente raggiungibile ancora oggi, descrivono la scena, terribile, con un particolare che avrebbe dovuto accendere la curiosità: tutti i passeggeri ritrovati, quelli il cui corpo era ancora riconoscibile e non completamente dilaniato, erano senza scarpe.
Il giorno dopo il Daily Telegraph, importante quotidiano inglese, riporta una corrispondenza che parla di attentato mafioso.
Invece qui da noi comincia, da subito, la classica storia italiana della rimozione. Si accusano i piloti, avevano bevuto, non erano all’altezza, non si erano accorti che il radiofaro era stato spostato da pochi mesi. Quindi, errore umano. Non sono servite le proteste dell’associazione piloti che rimarcavano come, ad esempio, quel comandante, fosse uno dei più esperti della compagnia, addirittura nel suo passato era stato anche il pilota personale di Papa Giovanni XXIII, era atterrato centinaia di volte a Palermo, anche dopo lo spostamento del radiofaro.

Aeroporto maledetto
Allora si è passati all’aeroporto, il maledetto aeroporto di Punta Raisi, costruito in quel posto sbagliato, davanti alla montagna, perché quei terreni erano di proprietà della mafia, del clan Badalamenti in particolare, che aveva fiutato l’affare con la costruzione dello scalo e di tutte le opere accessorie per arrivare sul posto.
Un aeroporto non sicuro.
Commissioni ministeriali e tribunali chiudono la questione rapidamente. Incidente, punto, non se ne deve più parlare.
Quelli erano anni molto difficili, pieni di attentati terroristici, da Piazza Fontana in poi e l’ipotesi che questo potesse essere un attentato non veniva neanche preso in considerazione.
Approfondendo la storia, mi rendevo conto di trovarmi di fronte a un inspiegabile “muro di gomma”, per citare un’altra famosa inchiesta di Andrea Purgatori sulla strage di Ustica.

Mafia e massoneria
Scopro però che in quella Sicilia dimenticata c’era stato un poliziotto tenace e competente, il Vicequestore Giuseppe Peri che, in solitaria, aveva condotto un’inchiesta su alcuni gravi fatti di sangue, negli anni ’70 nell’area di Trapani  e Alcamo, sequestri anomali, omicidi eccellenti che lui, dopo investigazioni approfondite, aveva ricondotto a un disegno eversivo che vedeva coinvolti mafia, terroristi fascisti e massoneria, per destabilizzare il paese.
Una sorta di strategia della tensione in versione siciliana.
Un’indagine molto moderna per metodo, che anticipava di molti anni quello di Falcone: seguì il denaro, coinvolgendo diverse Procure sparse nel territorio nazionale.
Quel poliziotto, quello sbirro, aveva intuito e raccolto prove e testimonianze secondo le quali anche la tragedia di Montagna Longa era un attentato, non un incidente.

In un oscuro ufficio
Produsse un Rapporto che inviò, nell’estate del 1977, a ben sette procure e da quel momento la sua vita cambiò.
In peggio. Fu rimosso dal suo incarico e spedito a lavorare in un oscuro ufficio della Questura di Palermo, dove morì di crepacuore il primo gennaio del 1982.
Il Rapporto sparì letteralmente dalla circolazione, nascosto negli archivi inaccessibili dei tribunali di quegli anni.
Grazie alla tenacia dei familiari delle vittime di Montagna Longa il Rapporto venne fuori, dopo 20 anni, per l’interessamento dell’allora Procuratore Capo di Marsala, Paolo Borsellino e fu reso noto.
Alcuni giornalisti coraggiosi, come Michele Gambino, ne scrissero perché quel Rapporto conteneva informazioni importantissime su tanti delitti insoluti della Sicilia di quegli anni e spunti investigativi da approfondire sulla tragedia di Montagna Longa.

Dubbi sulla dinamica
Ma niente, nessuno aveva interesse a riaprire quell’inchiesta e infatti il tribunale di Catania, competente perché su quell’aereo c’era un magistrato di Palermo, rifiutò qualsiasi istanza presentata dai familiari.
Questa cosa mi incuriosiva sempre di più. Scoprivo che soltanto un giornalista palermitano, Enrico Bellavia, tosto come una roccia, aveva continuato, negli anni, a dedicare articoli a questa drammatica storia.
Veniva scoperto un filmato amatoriale, girato poche ore dopo il disastro, che apriva molti dubbi sulla dinamica dell’incidente e lui scriveva. Ma i magistrati non volevano sentire.
Poi, nel 2017, i familiari decidono di commissionare a uno dei massimi esperti in materia, Rosario Ardito Marretta, professore di Aerodinamica e Gasdinamica alla facoltà di Ingegneria Aerospaziale dell’università di Palermo, una perizia che porta a dei risultati sconvolgenti.

Esplosione a bordo
Secondo questa perizia, che si avvale di modelli fisico matematici non conosciuti all’epoca, su quell’aereo c’era stata, senza alcun dubbio, una esplosione a bordo. Una piccola, ma potentissima bomba, posizionata vicino al serbatoio del carburante.
Quindi, un attentato, non un incidente.
Ma per il Tribunale di Catania quella perizia, pur ineccepibile dal punto di vista scientifico, è un’opinione e quindi non viene aperta una nuova inchiesta.
Il che mi ha lasciato estremamente perplesso: o è scienza o è opinione.

Ancora silenzio
A quel punto, dopo aver verificato anche io l’indifferenza rispetto a questa storia, nel proporla a diversi network televisivi, ho deciso di scriverne un docuromanzo: “Settanta. Il poliziotto e la strage negata”, pubblicato nel febbraio 2022 da Round Robin, un piccolo ma coraggioso editore, specializzato nei libri inchiesta.

Per ricordare e onorare
Il libro ha avuto un ottimo successo di critica e di pubblico, riaccendendo l’attenzione dell’opinione pubblica su questa storia dimenticata.
Tanto che il magistrato Guido Salvini, protagonista di tante indagini sulla strategia della tensione negli anni Settanta e consulente della Commissione Parlamentare Antimafia, ha deciso di aprire un’istruttoria in Commissione.
Le elezioni anticipate, 50 anni dopo le prime del 1972, hanno interrotto i lavori della Commissione, ma sarà compito del nuovo Parlamento occuparsene.
E compito di noi giornalisti quello di vigilare affinché avvenga.
Per ricordare quelle 115 vittime e onorare la figura di un poliziotto onesto e competente, Giuseppe Peri.

Fonte: Professione Reporter, 23/08/2022

Tratto da: liberainformazione.org

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