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Nel libro del Gen. Giuseppe Governale “Sapevamo già tutto. Perché la mafia resiste e dovevamo combatterla prima”, tutte le vulnerabilità di una guerra combattuta contro una mafia spaventata più dalla cultura che dalla giustizia

Trame 11, il festival dei libri sulle mafie che, attraverso le analisi e le opinioni di magistrati, giornalisti e scrittori del fenomeno mafioso, vede il suo quinto ed ultimo appuntamento con la partecipazione del Generale di divisione dell’Arma dei Carabinieri Giuseppe Governale intervistato dal giornalista e bestsellerista Giovanni Tizian
Tenutosi a Lamezia Terme lo scorso 26 giugno, come dicevamo, il festival ha ospitato il Gen. Giuseppe Governale per la presentazione del suo ultimo libro: “Sapevamo già tutto. Perché la mafia resiste e dovevamo combatterla prima”.
Un libro scomodo e che non fa sconti a nessuno, società civile compresa, colpevole di non aver mai chiesto in modo adeguato la verità sui fatti di mafia.
Difatti, lo stesso autore del libro, alla domanda del giornalista Giovanni Tizian che, riferendosi alle stragi del ’92, chiede: “Cosa sapevamo e cosa potevamo fare prima di Falcone e Borsellino? ”, risponde: “E’ una questione di sensibilità. Se una cosa mi interessa, cerco e approfondisco”.
Nelle parole del generale, si intravede l’importanza di dover mantenere sempre alta l’attenzione sui fatti di mafia, partendo soprattutto da quelli che si sono macchiati di sangue. Infatti, Governale, sottolinea anche l’importanza di dover ricordare numerosi fatti storici, purtroppo, spesso passati in secondo piano. “Oltre ai trent’anni dalle stragi del ‘92 ricorrono anche i quarant’anni dell’omicidio di Pio La Torre, grazie al quale abbiamo avuto il 416 bis, oppure, la morte del Generale Dalla Chiesa”.
Il numero di omicidi che la mafia ha eseguito ai danni dello Stato, oltre alla scia di sangue, ha anche restituito numerosi segnali utili per comprendere come questa riuscisse a consolidare potere e capacità.
Questi segnali, spesso ignorati, hanno garantito ad associazioni criminali come la ‘ndrangheta, la possibilità di acquisire maggiore credibilità e capacità anche su scala internazionale. Infatti, la ‘ndrangheta, vivendo lontano dai riflettori, è riuscita nel tentativo di diventare una delle organizzazioni criminali più influenti al mondo.
La mafia non teme la giustizia, teme la cultura.
Nel susseguirsi di domande da parte del giornalista Giovanni Tizian, il Gen. Giuseppe Governale, sottolinea come nella lotta alla mafia sia di fondamentale importanza la collaborazione tra le varie parti della società: “La società civile, ovvero noi, si è autoconvinta che le mafie possono essere sconfitte con l’azione di magistratura e forze di polizia. Tuttavia, le forze di polizia e la magistratura, da sole, non riusciranno mai a sconfiggere veramente la mafia”.
Infatti, alla base del potere mafioso, esiste una cultura "soft power ” capace di donare nuove opportunità alle varie organizzazioni criminali presenti sui territori; per questo motivo, come ricorda il Gen. dell’Arma dei Carabinieri, “occorre che altre legioni scendano in campo per contrastare la cultura del metodo mafioso”.
Ricordando un recente articolo pubblicato sulle pagine di Avvenire, Governale, nel colloquiare con il giornalista Giovanni Tizian e con il pubblico presente, dichiara: “In un articolo di Avvenire, si richiama un documento storico della Chiesa di Napoli del 1989. In questo documento i sacerdoti dichiaravano: ‘per l’amore del mio popolo non tacerò’.” - continua - “E’ cosa risaputa che, nella storia della Chiesa, ci sono stati eroi del calibro di Don Pino Puglisi, oppure, Don Giuseppe Diana, tuttavia, noi non abbiamo bisogno di eroi, abbiamo bisogno di preti che durante le processioni non si prestino a fare gli ‘inchini’".
Un problema di natura culturale, rafforzato anche da una forte dispersione scolastica che, come sollevato dal Generale dell’Arma dei Carabinieri, investe sempre di più alcune aree delle regioni meridionali del nostro paese. Luoghi in cui la criminalità organizzata riesce ad ottenere facilmente non solo il consenso ma, anche preziosissima manovalanza.
Infine, alla domanda del giornalista che chiede: “C’è stato un momento in cui avete pensato: finalmente abbiamo preso Matteo Messina Denaro?”. Da qui, l’eloquenza che ha contraddistinto il Gen. Giuseppe Governale per l’intera durata dell’intervista, si interrompe con una risposta secca e perentoria: “Non posso rispondere a questa domanda”.

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