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Motivi di sicurezza”. Questa la ragione per cui, al testimone chiave dell’omicidio Puglisi, non è stato permesso di partecipare all’evento di Rubiera

Devo darvi una brutta notizia”. Queste le parole utilizzate dal sindaco di Rubiera Emanuele Cavallaro per introdurre, in un post pubblicato sulla sua pagina Facebook, l’assenza di Giuseppe Carini, il testimone di giustizia invitato all’evento a tema e intitolato “Quando la parola cambia il destino”.
Un incontro che si sarebbe dovuto tenere ieri presso il cortile della libreria del paese e al quale Carini non ha potuto partecipare perché non autorizzato dal NOP (Nucleo Operativo di Protezione) per “motivi di sicurezza e di tutela della sua identità”.
Una decisione ritenuta anche da Carini come una disposizione priva di ogni senso logico. “Una decisione che mi addolora tantissimo e priva di senso”, dice. “Mi stupisce questa attenzione del ministero dell’Interno alla mia sicurezza dopo che uscito dal programma di protezione spesso mi comunicavano che alle iniziative avrei dovuto recarmi da solo con i miei mezzi. Forse mi vogliono mettere la mordacchia per impedirmi di parlare contro la mafia?”, si chiede.
Carini è stato uno dei testimoni chiave nel processo che ha portato alla condanna con ergastolo i fratelli Graviano, giudicati i mandanti dell’uccisione del parroco di Brancaccio Don Pino Puglisi.
Dal ‘95 ad oggi, Giuseppe Carini, vive come un fantasma attraverso l’ausilio di una nuova identità, presentandosi alle varie iniziative e manifestazioni a volto coperto per non farsi riconoscere.
Intervistato sulla vicenda da Il Resto del Carlino, Giuseppe Carini spiega i motivi che accompagnano i suoi dubbi: “In questi anni il ministero dell’Interno si è sempre disinteressato della mia sicurezza e della mia identità, spesso mi comunicavano di recarmi con i miei mezzi agli eventi, a volte invece prevedevano la scorta, come è successo per una mia intervista in Rai a fine aprile. Ho chiesto se fossero accaduti fatti nuovi per giustificare tutta questa prudenza, anche perché se ci fossero sarebbe opportuno che io lo sapessi. Altrimenti...” - continua Carini - “Vuol dire che siamo di fronte a una decisione incomprensibile, del tutto arbitraria e che lede le mie libertà costituzionali”.
Una decisione difficile da accettare anche per la cessazione del programma di protezione a tutela dello stesso testimone di giustizia che, proprio per questo, dovrebbe ritenersi libero di partecipare ad eventi di natura sociale come quello di Rubiera.
Carini, continuando la sua intervista con il giornalista Gianpaolo Annese, prova ad elencare quelle che secondo lui potrebbero essere le cause da individuare per meglio comprendere le motivazioni che si celano dietro un divieto di questa portata. “L’idea che mi sono fatto è che possa essere o un problema di oneri di bilancio nel garantire misure di sicurezza e una scorta, oppure - ribadisce - intendono mettermi la mordacchia e impedire che io vada in giro, a Rubiera come in altri posti, a parlare di mafia e a proporre soluzioni legislative che possano davvero contrastare con efficacia la criminalità organizzata. Ma che messaggio antimafia stiamo dando ai cittadini? Si rischia di perdere credibilità come Stato facendo queste cose”.
Una questione ai limiti del paradosso quella che ha colpito Carini, tanto da essere stato raggiunto dalle parole di solidarietà di Ignazio Cutrò, anche lui testimone di giustizia purtroppo altrettanto “navigato” in termini di paradossi e che, con queste parole, intende sintetizzare l’inadempienza di uno Stato sempre più assente: “Ormai la lotta alla mafia si è ridotta a diventare una passerella e, diventa ancora più evidente quando la politica prende decisioni che intendono limitare la volontà di un testimone di giustizia nel voler partecipare ad un convegno, anzi, gli viene proibito in modo del tutto arbitrario”.
Ignazio Cutrò è un imprenditore edile, tra i primi dell’agrigentino a denunciare il racket del pizzo che oggi, a distanza di vent’anni dall’inizio della sua battaglia contro la mafia, si ritrova solo e senza mezzi di sostentamento per sé e per la sua famiglia.
Da non dimenticare l’evento drammatico che si verificò quando, intervistato da Flaviana Bulfon per la trasmissione televisiva “Mi manda Rai Tre”, andata in onda il 27 febbraio scorso, nel descrivere l’Italia come “luogo non adatto alla vita delle persone oneste”, Cutrò, veniva minacciato, in modo possiamo dire pressoché spontaneo, a mezzo televisivo da una delle persone intervistate. Il soggetto intervistato, riferendosi all’imprenditore e testimone di giustizia con l’appellativo di “Infame”, dichiarava: “Lui non vale nemmeno una pallottola, nemmeno una cartuccia. Non vale niente, altrimenti l’avrebbero già sparato”.
Infine, Ignazio Cutrò, nel proseguire il suo pensiero rivolto a Giuseppe Carini, dichiara: “Purtroppo abbiamo capito quale direzione ha intrapreso questo paese. Personalmente, finchè avrò fiato, proverò anche io a far cambiare le cose anche se, con il passare del tempo, diventerà sempre più difficile”.

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