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Raffaella Fanelli prosegue la sua inchiesta sul giornalista ucciso nel '79 con un podcast esclusivo

Nuovi spunti di indagine giungono, dopo 42 anni, sull’omicidio irrisolto di Mino Pecorelli, assassinato il 20 marzo 1979 a Roma. A fornirli è la giornalista Raffaella Fanelli che da anni indaga sulle vicende più scabrose della nostra Repubblica e che in un minuzioso lavoro di ricerca documentale racchiusa, prima in un libro “La strage continua” (ed. Ponte alle Grazie), e ora in un’inchiesta versione podcast, intitolata “OP-Omicidio Pecorelli”, ha scoperto grazie a testimonianze inedite a ex terroristi ed ex 007, alcuni aspetti importantissimi riguardanti la dinamica del delitto e gli attimi ad esso immediatamente successivi. In particolare, la Fanelli cercando tra i faldoni della procura di Roma che nel 2019 ha riaperto il caso, ha trovato un verbale del lontano ’92 rilasciato al giudice Guido Salvini dal neofascista Vincenzo Vinciguerra, ex membro di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo condannato per la strage di Peteano ritenuto attendibile dalla magistratura, il quale riferì a Salvini “le confidenze ricevute nel carcere di Rebibbia, nel 1985, da Adriano Tilgher (fondatore di Avanguardia nazionale, ndr). Tilgher gli avrebbe confidato “che la pistola usata per uccidere Pecorelli ce l’aveva Domenico Magnetta. E che Magnetta avrebbe ricattato i vertici di Avanguardia perché lo aiutassero a uscire di prigione. Altrimenti avrebbe tirato fuori l’arma”. Magnetta, ha spiegato la giornalista a Il Fatto Quotidiano, “era responsabile della struttura occulta di Avanguardia. Con Carminati, il 20 aprile 1981, è al Valico del Gaggiolo sul confine italo-svizzero. Fuggono da una retata contro i Nar, ma vengono fermati ed esplode il conflitto a fuoco. Carminati perde l’occhio sinistro, tutti e due finiscono in carcere. E Magnetta ricatta i camerati. È ciò che racconta Vinciguerra, anche se Tilgher nega”.
Riguardo all’arma che si pensa essere usata per ammazzare Pecorelli, la giornalista ha detto di averla cercata a lungo in questi anni “fino a quando mi sono imbattuta in un verbale di sequestro d’armi del 1995, a Monza. C’è una pistola con lo stesso calibro di quella che ha ucciso Pecorelli. Le armi furono ritrovate a Cologno Monzese, vicino l’abitazione della sorella di Magnetta. Però quella pistola risulta ‘distrutta’, dicono a Monza”, ha spiegato Raffaella Fanelli. “Sparito il verbale di distruzione, obbligatorio per un reperto. Strano, secondo il legale di Stefano Pecorelli, Franz Pesare”. Dopo quell’episodio, la giornalista ha detto di aver “scovato Antonio Ugolini, perito balistico del delitto Pecorelli”, il quale sostiene “che i reperti sono stati manomessi. Che durante il processo di Perugia la busta che li conteneva risultava aperta e non sigillata. E che i bossoli erano stati sostituiti. Ugolini non voleva parlare: ‘Si rischia di brutto - mi ha detto - voglio morire nel mio letto’”. Con questa inchiesta per ottenere verità e giustizia sul caso Pecorelli, la giornalista sta cercando di restituire il suo spessore di professionista, cercando di spegnere quelle poche malelingue che lo hanno descritto come “ricattatore”. “Mino Pecorelli era un grande giornalista, infangato anche da note firme”, ha ricordato Fanelli. “È stato ucciso per quello che sapeva e che avrebbe potuto pubblicare. Anche su Avanguardia nazionale e sul suo coinvolgimento nelle stragi. Ricordiamo che a Bologna stanno processando Paolo Bellini, ex di Avanguardia”. Un giornalista che sapeva troppo e che bisognava silenziare per sempre, questo era dunque Pecorelli. E a proposito di intimidazioni e ricatti, la giornalista - che sostiene che una parte dei 50 mila fascicoli segreti del Sifar siano in circolo - ha detto che i ricatti pesano sulle istituzioni, come “pesano le amicizie”. E riguardo alla famosa, quanto misteriosa rapina eseguita dai Nar, che si pensa essere stata ideata da Massimo Carminati alla Banca di Roma nel 1999, passata alla storia come “furto del secolo”, la giornalista ha riportato le parole dell’ex 007 Francesco Pazienza che afferma: “Carminati è l’uomo più protetto d’Italia”. “Secondo lui - ha detto la Fanelli - il furto al caveau serviva a svuotare una sola cassetta di sicurezza, quella del giudice Domenico Sica. La toga che lo ha assolto per l’omicidio Pecorelli nel 1999”.

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