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Tammany Hall, Cosa Nostra e ‘Ndrangheta: ecco il cappio che uccise il tenente italo-americano

Prima fu Cosa Nostra, poi si scoprì che c’era anche la ‘Ndrangheta, ora i punti si uniscono e prende forma un intero ‘sistema’. A distanza di oltre un secolo grazie a testimonianze, indagini, documenti storici e giudiziari raccolti nel libro ‘Quando la ‘Ndrangheta scoprì l’America’, scritto dai professori Antonino Nicaso e Maria Barrillà assieme all’avvocato Vittorio Amaddeo, è possibile asserire in maniera inequivocabile che dietro l’omicidio del tenente italo - americano Joe Petrosino non ci fu solo Cosa Nostra. Altri poteri e altre mafie furono simbolicamente presenti in Piazza Marina a Palermo in quel 12 marzo 1909: tutti erano d’accordo ad eliminare quel poliziotto partito dall’America in gran segreto e arrivato in Italia sotto i riflettori. Chi lo tradì? Chi lo diede in pasto alla mafia palermitana? E, soprattutto a chi conveniva la sua morte?

Attribuire ai soli siciliani la responsabilità dell’omicidio Petrosino è fuorviante e inesatto. Documenti come la testimonianza di Antonino Musolino (fratello del celeberrimo brigante calabrese Giuseppe Musolino) raccontano il ruolo non meno marginale della ‘Ndrangheta, o meglio della Nuova ‘Ndrangheta Americana, nata a Santo Stefano D’Aspromonte e modernizzata dal boss Francesco Filastò legato alla massoneria italiana di quel tempo e a Tammany Hall, la potente macchina politico clientelare del Partito Democratico americano che controllava tutte le leve del potere di New York: da City Hall al Dipartimento di Polizia, passando per la magistratura. Questo fu il raffinatissimo sistema di cui, all’inizio del Novecento, entrarono a far parte anche ‘ndranghetisti calabresi, mafiosi siciliani e camorristi napoletani.

Petrosino nel mirino del Potere
Contro chi si era messo il tenente italo - americano?

La lotta di Petrosino contro la Mano Nera cominciò ad essere veramente incisiva nel 1906 con l’arrivo di Theodore Alfred Bingham alla guida del Dipartimento di Polizia di New York. Bingham potenziò l’Italian Squad, a cui affiancò la nuova squadra di Brooklyn affidata al comando di Tony Vachris. Sia Petrosino che Bingham dichiararono guerra aperta a Tammany Hall incentivando l’azione repressiva che in poco tempo mandò in frantumi i due pilastri del sistema ‘tammanyta’: il controllo tradizionalmente esercitato sulla polizia newyorkese e il sostegno dei malavitosi italiani. Per recuperare almeno in parte il terreno perduto occorse levare di mezzo prima di tutto Petrosino e con lui anche Bingham. Vista in questa luce la morte di Petrosino fu parte probabilmente di un piano più ampio e articolato messo in atto al fine di proteggere determinati interessi.

A distanza di anni dai fatti di Piazza Marina si continuò a sostenere la tesi che ad uccidere il tenente italo - americano fu Don Vito Cascioferro, il potente boss massone di Bisacquino, su richiesta dei suoi compagni newyorkesi Joe Morello e Ignazio Lupo, che in tal modo avrebbero approfittato della missione del poliziotto a Palermo per sbarazzarsi del loro nemico più temuto.

L’impressione però è che ci sia limitati a battere la pista più scontata, più agevole.


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Il tenente Joe Petrosino (il primo a sinistra), l'ispettore Carey e l'ispettore McCafferty scortano il mafioso Tommaso "the Ox" Petto (il secondo a sinistra)


Stessa idea la ebbe al tempo il giornalista Ernesto Butta a pochissime ore dalla morte del poliziotto: “Ho intuito qualcosa di più misterioso, di un segreto molto più profondo. Perché - si domandò - Petrosino non fu mai ucciso a New York dove egli viveva sempre sicuro di sé e dove per la larghezza di azione che ha la malavita non era difficile colpirlo?” Magari una sera mentre rincasava al n. 233 di Lafayette Street. Altri aspetti vennero sollevati anche dall’insolita organizzazione dell’omicidio. Testimonianze come quella di Antonino Musolino dimostrano che la decisone di uccidere Petrosino non fu decisa ‘sul momento’, in base alla novità del suo viaggio in Italia, ma venne decisa con largo anticipo, molto prima che il poliziotto lasciasse New York. Questo vorrebbe dire che uomini come Francesco Filastò avrebbero potuto contare sulla complicità di persone influenti, in grado di fornire informazioni di prima mano sulla missione segreta di Petrosino.

Persone così potenti si poterono trovare solo al Wigwam, quartier generale di Tammany Hall sulla 14° strada, di cui uomini dalla alta caratura criminale come Francesco Filastò, Ignazio Lupo e Paolo Antonio Vaccarelli furono intimi frequentatori e collaboratori.

Essi offrirono voti in cambio di protezione e copertura per svolgere indisturbati i loro affari con la garanzia dell’impunità a fronte di spiacevoli inconvenienti: se qualcuno finiva dietro le sbarre - com’era accaduto nel 1903 a Morello, Lupo e Cascio Ferro, per il ‘delitto del barile’ - Tammany provvede versando molti dollari di cauzione mentre un giudice compiacente fa il resto.

Tradimento
La mattina del 9 febbraio 1909 Petrosino salpò in gran segreto dal porto di New York a bordo del piroscafo Duca di Genova. Theodore Alfred Bingham, capo della polizia di New York ottenne i necessari finanziamenti per la missione del poliziotto dai banchieri Rockefeller e J.P. Morgan.

Una volta giunto nel capoluogo Siciliano la notizia del suo arrivo lo aveva già preceduto ma nonostante fosse consapevole dei pericoli iniziò comunque a ricercare i casellari giudiziari dei componenti della mano nera e a fine giornata tornava all’Hotel de France in piazza Marina. C’è chi disse che la notizia del suo arrivo in Italia fu spifferata alla stampa dallo stesso Alfred Bingham; tuttavia questa notizia venne data dall’assessore ‘tammanyta’ Reginald S. Doull, profondamente avverso all’operato del capo della polizia.

La sera del 12 marzo 1909 a Palermo dopo aver fatto la sua abituale tappa al bar due sconosciuti chiesero di lui e Petrosino lì seguì fuori dall’albergo, dove venne poi sparato mentre camminava lungo la cancellata del parco. Al funerale del poliziotto parteciparono circa 250.000 persone e resterà nella storia per essere stato il più importante funerale del nuovo secolo.


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Vito Cascio Ferro, mafioso legato a Cosa Nostra e alla Mano Nera di New York. Fu accusato di essere il mandante dell'omicidio del tenente italoamericano Joe Petrosino


La testimonianza ignorata
Il fratello del bandito Musolino nel 1909 riferì al procuratore del Re Francesco Loiacono di un incontro in cui “vi erano 24 persone tra le quali nessun picciotto, perché picciotto ero anche io e conoscevo quelli del mio grado. Erano tutti camorristi o sgarristi, qualifica questa ultima che denota un grado superiore a quello di camorrista. Tra gli interventi conobbi soltanto i miei cugini Filastò Antonio e Francesco, Tripodi Gaetano(…) ed alcuni siciliani dei quali non ricordo i nomi. Il bar era stato costruito per fornire un comodo e sicuro luogo di riunione agli affiliati della mano nera. Ci fu un convegno nella sala (..) Io potei osservare che in mezzo alla tavola c’erano due pugnali e che ad un certo momento i convenuti prestarono un giuramento nella cui formula c’entrava il nome di un tenente della polizia americana di nome Petrosino. Venni di poi chiamato io per estrarre i numeri da un fazzoletto di seta bianco. Estrassi il numero 9, che venne da Filastò Francesco.  Certo si è che dopo tre o quattro giorni Filastò Francesco si ecclissò ritornando dopo poco meno di un mese. Fu precisamente durante la sua assenza che arrivò in America la notizia della uccisione a Palermo del tenente Petrosino della polizia Americana”.

Rilevante in questa dichiarazione, al di là della finalità del consesso, è il ruolo che i picciotti originari di Santo Stefano d’Aspromonte avrebbero svolto nel delitto Petrosino, un ruolo di non secondaria importanza.

Stando a quanto asserito da Musolino la riunione non solo venne presieduta da Francesco Filastò ma era stata dominata dagli ‘stefaniti’, già capi indiscussi della ‘Ndrangheta in Calabria come d’oltreoceano. Sembrerebbe invece che i siciliani presenti non rivestissero un ruolo predominate, tanto che lo stesso Musolino non se ne ricordò nemmeno i nomi.

Filastò alla fine venne prosciolto dall’accusa di omicidio ma il coinvolgimento della ‘Ndrangheta assieme a Cosa Nostra rimane inequivocabile. Segno che già al tempo furono ‘cosa unica’.

Gli Usa ostacolarono le indagini
Dopo l’omicidio del poliziotto italo americano la Procura Palermitana chiese a più riprese la collaborazione della polizia statunitense la quale rispose con atteggiamento incurante ai limiti dell’ostruzionismo. Tale condotta venne denunciata dai magistrati palermitani nella sentenza del 29 luglio 1911 con cui venne prosciolto Don Vito Cascioferro (grazie alla testimonianza del deputato e Barone Domenico de Michele Ferrantelli il quale dichiarò che la sera del delitto Don Vito fu ospite a casa sua) e altri quattordici suoi conterranei, dall’omicidio Petrosino: “la noncuranza spiccatissima da parte della polizia di New York nel praticare le ricerche” richieste dalla nostra autorità hanno contributo a mantenere il “più fitto velo intorno agli autori di un così atroce delitto”.


petrosino uniforme museo padula

Uniforme di Joe Petrosino nella casa museo in sua memoria allestita a Padula © Luciano Coda - Own work, CC BY-SA 4.0



Tale condotta appare totalmente incomprensibile. Tuttavia potrebbe apparire coerente se la si inserisce all’interno di una tattica adottata per impedire l’accertamento della verità. “Si potrebbe infatti ipotizzare - si legge nel libro - che Tammany Hall abbia utilizzato il forte ascendente che poteva vantare su polizia e magistratura newyorkesi per prevenire il pericolo che informazioni compromettenti potessero giungere da oltreoceano agli inquirenti palermitani che stavano lavorando all’istruttoria sul delitto Petrosino. Asserire, però, con certezza che proprio Tammany Hall abbia decretato la morte di Joe Petrosino non è possibile, perché mancano evidenze documentarie che supportano questa tesi”.

Alla fine un’intercettazione ci ha consegnato un nome: nel giugno del 2014 ci fu una svolta nel caso Petrosino, Domenico Palazzolo disse, mentre era intercettato dagli investigatori nell’ambito dell’operazione “Apocalisse”, che a uccidere Petrosino fu lo zio del padre, Paolo Palazzolo indagato, processato e poi prosciolto per l'omicidio del poliziotto. “Ha fatto lui l’omicidio del primo poliziotto ucciso a Palermo. Lo ha ammazzato lui Joe Petrosino”.

Tuttavia i nomi dei mandati dell’omicidio e dei traditori del poliziotto italo - americano non sono ancora stati trovati, persi tra le mille ombre di quel sistema criminale di cui Tammany Hall fu l’espressione fisica nella New York del Novecento.


petrosino feretro

Il feretro di Joe Petrosino viene riportato a casa dell'ormai vedova Adelina. New York, aprile 1909


Foto interne tratte da: storicang.it

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