Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Due i soggetti coinvolti ritenuti vicini al clan dei Casalesi e “Belforte”

La Dia, assieme alla Divisione Anticrimine della Questura di Caserta e al Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Caserta, ha sequestrato alcuni beni e sottoposto all’amministrazione giudiziaria alcune aziende, dietro indicazione del Tribunale di S. Maria Capua Vetere (Sezione per l’Applicazione delle Misure di Prevenzione) - e su proposta del Direttore della DIA e del Questore di Caserta con la collaborazione della Guardia di Finanza -, nei confronti di due fratelli imprenditori operanti nei settori del cemento e della ristorazione del casertano.
La contiguità dei destinatari del decreto all’organizzazione camorristica denominata clan “Belforte” è emersa nell’ambito di una inchiesta giudiziaria definita processualmente nel 2016 per uno dei due proposti con sentenza di condanna a 8 anni di reclusione e 8mila euro di multa del Gip del Tribunale di Napoli. Pronuncia sostanzialmente confermata nel 2017 in seconde cure - divenuta irrevocabile nel 2018 - dalla Corte di Appello del capoluogo campano che gli comminava una pena a 5 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione e 4.600,00 euro di multa.
Grazie alle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia è stata riscontrata una strutturata modalità di riscossione del “pizzo” tramite l’azienda facente capo ai due imprenditori.
Infatti il meccanismo criminale ideato da costoro, definiti anche “le spie del pizzo”, si realizzava sia mediante sovrafatturazione degli importi dovuti “gonfiando” i costi rispetto alle effettive forniture per consentire la creazione di “fondi neri” destinati al pagamento delle estorsioni, sia attraverso l’organizzazione di incontri tra gli estorti e gli appartenenti al clan. Tale sistema era così collaudato che gli imprenditori che avviavano nuove attività talvolta si rivolgevano spontaneamente ai predetti affinché indicassero i referenti dell’organizzazione da contattare per “mettersi a posto”.
L’inchiesta odierna ha comportato il sequestro di beni e l’amministrazione giudiziaria di imprese per un valore complessivo stimato in circa 30 milioni di euro interessando quanto risultato nella disponibilità, diretta ed indiretta, di uno dei suddetti imprenditori. Nel dettaglio si tratta di 3 società e 75 beni immobili ubicati nelle province di Caserta, Benevento, Salerno, L’Aquila e Parma (18 terreni, 18 abitazioni, 2 opifici industriali, 36 garage/magazzini ed 1 multiproprietà in costiera amalfitana), nonché 99 rapporti finanziari e 10 beni mobili registrati (5 autovetture, tra cui una Ferrari ed una Porsche, 3 imbarcazioni e 2 rimorchi). Con riferimento all’altro proposto è stata invece disposta l’amministrazione giudiziaria per il periodo di un anno delle 6 aziende a lui riconducibili. Quest’ultima misura di prevenzione, eminentemente deputata al contrasto delle contaminazioni dell’attività di impresa da parte della criminalità organizzata, è volta al possibile recupero dell’azienda alle fisiologiche regole del mercato allorquando risulterà eliminata l’ingerenza dei soggetti portatori di pericolosità.

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy