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A Kiev altre armi per la guerra in Donbass mentre i big del gas USA scommettono sull'invasione russa

Come prima cosa la provocazione, probabilmente un falso attacco contro i filo-russi nel Donbass, costruito ad arte dai servizi di Mosca per avere un pretesto. Poi l'offensiva per rispondere, da lanciare tra mercoledì o giovedì, con due possibili direttive: un'operazione devastante, ma limitata nel tempo, oppure l'occupazione di lungo termine a Kiev”.
Così titolano le prime pagine di Repubblica datate 12 febbraio, mentre Joe Biden ha esortato immediatamente gli americani a lasciare l’Ucraina e poco dopo si predisponeva il trasferimento dell’ambasciata americana da Kiev a Leopoli nell’isteria generale. Una nevrosi collettiva che prefigurava una guerra imminente ha colpito tutti i media occidentali. "Ci hanno detto che il 16 febbraio sarà il giorno dell’attacco", riferisce il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sul suo profilo facebook, richiamando le indiscrezioni del quotidiano britannico "The Sun". Le prove fornite? Mappe offensive che mostrano una base militare russa nella città di Klintsy, presente dal 2016 e le cui informazioni sono disponibili pubblicamente, assieme ad un secondo "raggruppamento d'attacco" di truppe russe addirittura a 300-400 km dall'Ucraina.

Ebbene oggi 16 febbraio, fantomatico giorno della grande offensiva, come ampiamente annunciato dal portavoce del Ministero della Difesa della Federazione Russa, Igor Konashenkov, parte delle truppe russe precedentemente dispiegate in Bielorussia per le esercitazioni congiunte Allied Resolve 2022 stanno rientrando alle basi permanenti russe e anche i militari dispiegati nella Crimea, hanno iniziato il ritiro.

Ad ascoltare i principali media statunitensi ed europei, si ipotizzerebbe che a fermare per ora le intrepide mosse imperialiste russe, sarebbe stata la ferma e risoluta diplomazia occidentale che ha paventato pesanti sanzioni in caso di invasione, tra cui la possibile esclusione di Mosca dal sistema bancario Swift ed il blocco del gasdotto North Stream 2.

Probabilmente le parole distensive del cancelliere tedesco Olaf Sholz, che a fianco di Zelensky ha definito "non in agenda" la questione dell'ingresso alla Nato dell'Ucraina, hanno aperto un nuovo canale di dialogo rispetto a quelle che erano le proposte russe sulla sicurezza discusse con i partner occidentali il 10-12 gennaio, che chiedevano appunto un trattato per la non ulteriore espansione della Nato ad est e un ritiro delle infrastrutture militari alle posizioni del 1997. Appelli che come ha affermato Vladimir Putin "non sono stati ascoltati e presi sul serio dai partner occidentali". É senza ombra di dubbio, effettivamente, che una parte dell'occidente desidera ad ogni costo lo scatenarsi della guerra in Ucraina.

Quelle informazioni diffuse dai media che la rappresentante ufficiale del ministro degli esteri russo Maria Zakharova ha definito a buone ragioni "macchine della disinformazione" e una propaganda di guerra che viola il Patto internazionale sui diritti civili e politici, adottato dalle Nazioni Unite nel 1966, nascondono una realtà molto più sinistra e ben celata dagli organi di informazione.

L'Ucraina continua a ricevere armamenti dall'occidente in modo massiccio: gli Stati Uniti, oltre ad aver inviato i missili Javelil insieme a relativo munizionamento, hanno spedito oltre 1300 tonnellate di munizioni; Londra ha inviato 2000 missili anticarro Nlaw, la Polonia ha ufficialmente offerto decine di migliaia di proiettili e munizioni di artiglieria, MANPAD, mortai leggeri, UAV da ricognizione e altri tipi di armi difensive; la Repubblica Ceca ha approvato il trasferimento di 4.006 proiettili d'artiglieria da 152 mm; la Lituania ha inviato i sistemi di difesa aerea portatili Stinger, progettati per distruggere bersagli aerei a bassa quota.

Mentre ciò avviene, nel Donbass, (in quel conflitto che dal 2014 vede le autorità di Kiev impegnate in operazioni militari contro gli abitanti di quelle regioni che si sono rifiutati di riconoscere i risultati del colpo di stato e del nuovo governo di Ucraina) la situazione sulla linea di contatto degenera ogni giorno di più.

Nella giornata di oggi il funzionario del servizio stampa della Milizia popolare dell'autoproclamata Repubblica popolare di Luhansk (LPR) Anton Mikuzhis, ha annunciato che le forze armate ucraine stanno schierando punti radar per l'aviazione; il vice capo della milizia popolare dell'autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk (DPR), Eduard Basurin, ha recentemente dato l'allarme circa lo schieramento di un battaglione di sistemi missilistici terra-aria S-300 ad Odessa all'aeroporto di Kramatorsk, assieme al dispiegamento di lanciarazzi multipli dell'esercito ucraino vicino agli insediamenti Konstantinkovka, Zhelannoye, Ilyinka, Khlebodarovka e Topolinoye a meno di 30 chilometri dalla linea di contatto.

Secondo Basurin, con un alto grado di probabilità, Kiev andrà avanti e non risolverà pacificamente il conflitto in atto e in particolare, stando alle valutazioni dei rappresentanti della LPR, il colpo principale dell'eventuale offensiva potrebbe ricadere sullo Svetlodar Bulge e sulla direzione di Debaltsevo, in un attacco che separerebbe le repubbliche di Donetsk e Luhansk l'una dall'altra.

"L'Occidente continua a costruire uno scenario ostile al nostro Paese dall'Ucraina, creando un trampolino di lancio per il dispiegamento delle truppe della Nato sul suo territorio", ha affermato nel merito il vice capo della direzione operativa principale dello Stato maggiore delle Forze armate russe, Stanislav Gadzhimagomedov.
Mentre dunque i paesi occidentali incalzano su un eventuale false flag russo che giustifichi un attacco all'Ucraina quello che sta avvenendo è esattamente il contrario. Ma a chi gioverebbe un conflitto nel paese che attraverso sanzioni blocchi ad esempio il mercato russo del gas in Europa?

A dircelo è un progetto di legge proposto dal presidente della commissione per le relazioni estere del Senato Robert Menendez, chiamato Defending Ukraine Sovereignty Act.

Esso prevede conferenze commerciali annuali "in coordinamento con i governi degli stati baltici, per promuovere opportunità di investimento nella regione baltica per le imprese degli Stati Uniti". Incoraggiano anche gli investimenti esteri diretti nella regione. La legislazione menziona specificamente la partecipazione degli Stati Uniti alla Three Seas Initiative and Business Forum, iniziativa fortemente incoraggiata dal Consiglio Atlantico, un think tank che accetta notevoli donazioni dalla Chevron, dalla Compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi, dalla Crescent Petroleum, dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e dalla società di esportazione di gas naturale Cheniere.

"Mentre gli Stati Uniti cercano di affrontare la concorrenza economica e geopolitica russa e cinese in Europa e nel mondo, la Three Seas Initiative offre un'opportunità per rafforzare le economie degli alleati statunitensi nell'Europa centrale e orientale e ridurre la loro dipendenza da Mosca e dall'economia di Pechino", scrive il Consiglio Atlantico sul suo sito web.

L'obbiettivo in effetti è presto chiarito da un membro dello staff democratico della commissione per le relazioni estere del Senato, che intervistato sul quotidiano The New Repubblic ha ammesso che una delle principali preoccupazioni dei progetti di legge era garantire che la Russia non possa chiudere il gas se gli Stati Uniti cercassero di ritenerla responsabile di una nuova invasione, ammettendo che "Il sostegno degli Stati Uniti per rendere qualsiasi paese meno dipendente dalle risorse energetiche russe, in particolare i paesi dell'ex blocco sovietico, è in effetti" una questione di "sicurezza nazionale".

In sostanza vi è il progetto di sostituire gli approvvigionamenti di gas russo con lo "shale gas" statunitense attraverso un prodigioso sviluppo di infrastrutture per combustibili fossili in tutta la regione europea: nuovi terminali di gas naturale liquefatto in Lettonia ed Estonia, un terminale di petrolio e gas in Croazia e un'espansione del corridoio del gas nord-sud tra Ungheria e Slovacchia, inclusi diversi terminali di GNL.

Sono questi, dunque, i fautori della propaganda di guerra e delle provocazioni che possano spingere la Russia all'invasione. Questi sono i veri falchi guerrafondai che cercano di mantenere vivo l'impero a costo di far precipitare il mondo intero in un conflitto atomico, appunto per questioni di "sicurezza nazionale".
(Prima pubblicazione: 16 Febbraio 2022)

Foto: it.depositphotos.com

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