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Un unico collegamento tra i tre cold case Mandolini, Alpi-Hrovatin e Li Causi

L’inchiesta sulla morte del maresciallo della Folgore Marco Mandolini è stata riaperta dal gip di Livorno nel settembre del 2021 a seguito della richiesta dei famigliari di non archiviare il caso. La nuova pista parla di bombe, di stragi, del periodo a cavallo tra gli anni Ottanta e il 1993, di traffico di armi e di rifiuti tossici in Somalia: in una parola Gladio, o meglio, la sua formazione semi-clandestina e criminale denominata Falange Armata.

Ad oggi la famiglia è affiancata nella ricerca della verità dal criminologo Federico Carbone e dall’avvocato Dino Latini. Mandolini, ricordiamo, è stato ufficialmente trovato morto il 13 giugno 1995 sugli scogli del Romito, alle porte di Livorno. I dettagli del ritrovamento sono raccapriccianti: il corpo è stato ritrovato maciullato con segni di oltre quaranta coltellate e la testa fracassata, probabilmente da un masso pesante 25 chili.

Marco, nome in codice “Kondor” o “Ercole” non era un uomo qualunque: ma un incursore dei corpi speciali dell’Esercito italiano Col Moschin, sottufficiale della Folgore in forza al Sismi, il servizio segreto militare, parlava diverse lingue, tra cui l’arabo e il russo, era un addestratore esperto ma - soprattutto - era stato capo della sicurezza del generale Bruno Loi nella missione Ibis in Somalia del 1993. Dall’omicidio sono passati 29 lunghi anni eppure la famiglia, grazie alla quale la vicenda resta al centro delle cronache, non sa ancora chi e perché ha ucciso Marco.

Per cercare di rispondere a queste domande il gionalista de 'Il Giornale', Gianluca Zanella, ha intervistato il criminologo Federico Carbone e il fratello di Marco Mandolini, Francesco.

Carbone era stato il primo ad individuare questa nuova pista nel 2018 partendo, come aveva già spiegato nel settembre 2021, dai “rapporti di Marco Mandolini con il maresciallo Vincenzo Li Causi e la convinzione del paracadutista della Folgore che la morte di Licausi, del quale era amico, nascondesse misteri e verità scomode. Un fil rouge che porta allo scenario di Gladio. Del resto Mandolini faceva parte dei servizi segreti e custodiva a sua volta scomode verità, verità che aveva deciso di rivelare. Per questo è stato ucciso, qualcuno ha voluto tappargli la bocca”.

Ricordiamo che Vincenzo Li Causi era anch’egli un maresciallo stanziato in Somalia, ucciso - sempre secondo la versione ufficiale - il 12 novembre del 1993 in un agguato. Questa vicenda è collegata a sua volta ad un altro caso mai risolto: quello del duplice omicidio della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin.

Secondo il criminologo “i due (Marco Mandolini e Vincenzo Li Causi, ndr) si conobbero presso il campo di addestramento Gladio di Capo Marrargiu in Sardegna. Inoltre, come risulta dalla documentazione in nostro possesso, Mandolini è stato operativo presso il centro di addestramento speciale Scorpione, situato nella provincia di Trapani”. “Il capocentro della struttura - dice Carbone in una lunga intervista al settimanale Visto - era appunto l’agente del Sismi Vincenzo Li Causi, il quale, come emerso nell’ambito di diversi dibattimenti, operava come in uso ai servizi, sotto diversi nomi di copertura, tra i quali quello di Maurizio Vicari. Il centro diretto da Vicari alias Li Causi, dal 1987, era collocato in un territorio ad alta densità mafiosa e la reale attività del centro è sempre stata poco chiara”, precisa il criminologo.

E’ stato anche ipotizzato che Li Causi passava diverse informazioni riservate alla Alpi. “Marco Mandolini conosceva Vincenzo Li Causi e non era convinto della versione ufficiale secondo cui quest’ultimo era stato ucciso in un agguato in Somalia”. Secondo l’esperto “potrebbe essere forse questo il movente dell’omicidio del maresciallo della Folgore, oppure non si può escludere un intervento diretto del defunto generale Aidid, uno dei più potenti signori della guerra in Somalia”.

La lista dell’ambasciatore Fulci e le carte del caso Rostagno
Marco aveva cominciato ad avviare indagini riservate e parallele sulla morte del commilitone” hanno detto sia Carbone, sia Francesco Mandolini, fratello di Marco. Ed è propio in questo contesto che, oltre alla riapertura delle indagini, si inserisce un altro elmetto non trascurabile: la lista dell’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, morto proprio pochi giorni fa a 91 anni.

L’ex capo del Cesis (l’organo di coordinamento tra Sismi e Sisde) dal 1991 al 1993, poco dopo l’esplosione della bomba in via Palestro a Milano (27 luglio 1993), aveva consegnato  all’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e alla Dia una lista contenente nome, cognome e grado di 15 militari tutti legati a Gladio e alla  VII Divisione del Sismi che, subito dopo la sua divulgazione, viene sciolta. Volendo avanzare un’ipotesi potrebbero essere questi i nomi degli uomini appartenenti alla cosiddetta Falange Armata. Uno dei nomi segnati è proprio quello di Vincenzo Li Causi e del militare che aveva dichiarato di aver avuto un rapporto omosessuale con Marco Mandolini. “Al di là della veridicità o meno di questa teoria che tira in ballo la Falange armata, ci siamo trovati di fronte a collegamenti che non potevano essere ignorati” ha spiegato Carbone al gionalista Zanella su “Il Giornale”.

Inoltre un altro elemento che accredita la vicinanza tra Mandolini e Li Causi è, spiega ancora Carbone, un insieme di documenti che “provengono dalla produzione Palladino/Scalettari (i giornalisti Francesco Palladino e Luciano Scalettari), nell’ambito del procedimento Rostagno”.

Questi documenti (la cui validità non è stata totalmente dimostrata) indicano l’operatività congiunta di Mandolini e Li Causi. Nello specifico tra le carte si può leggere che i due erano impegnati in un delicato trasferimento - verosimilmente di armi - da La Spezia al centro Skorpione di Trapani. Inoltre nel documento si richiede specificatamente la presenza, alla consegna del materiale, del capo centro “Vicari”, alias di Vincenzo Li Causi.

Per la famiglia Marco è stato ucciso in una caserma
La presenza di Mandolini su quegli scogli si era provata a spiegare ipotizzando che si trovava lì per fare un bagno. Tuttavia, come ricostruito poi da Carbone e Latini - l’abbigliamento portato dalla vittima quel giorno non era decisamente adatto, infatti Marco indossava mocassini e calzini di spugna. Il fratello, Francesco, è sempre stato convinto che Marco sia stato ucciso da un’altra parte e in seguito trasportato sulla scogliera. Marco Mandolini era di stanza in Germania al tempo - impegnato nell’addestramento delle truppe Nato - e si trovava a Livorno temporaneamente appoggiato presso la caserma Vannucci. Secondo Francesco Mandolini, come si legge su ‘Il Giornale’ è lì che si potrebbe essere consumato l’omicidio. Sempre secondo Francesco - proveniente anche lui dal mondo militare - dall’alloggio di Marco sono state fatte sparire “l’alta uniforme e la sciabola. È un fatto emblematico, un gesto di sfregio”. La famiglia inoltre ha sempre sostenuto che gli assassini di Marco andassero cercati nel suo ambiente lavorativo questo anche per l’atteggiamento dei suoi commilitoni e delle sfere di comando: “Si chiusero a riccio - ha detto Francesco – quando è risaputo che in reparti come quello della Folgore la fratellanza e il cameratismo sono una componente molto forte, soprattutto di fronte a una morte così orribile”.
(Prima pubblicazione: 24-01-2022)

Fonte: ilgiornale.it

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