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Dopo oltre mezzo secolo, manca ancora la verità sulla morte dell’ex ferroviere anarchico che la notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 perse la vita

Se dovessimo scegliere un’immagine per descrivere il clima surreale, disperato e di sconforto che caratterizzò i giorni successivi alla strage di Piazza Fontana, prenderemmo senza alcun dubbio l’iconica foto della fredda e nebbiosa Piazza Duomo, che il 24 dicembre 1969 fu il teatro dei funerali di Stato delle diciassette vittime dell’esplosione. Un attentato che due settimane addietro aveva fermato un intero Paese. 
Secondo la visione dello storico W.J.T. Mitchell, le guerre o le stragi, che dir si voglia, inseguono il solo e unico obiettivo della distruzione delle immagini: le persone uccise, infatti, sarebbero da considerarsi come dei “danni collaterali” di un disegno politico-sociale molto più ampio, come fu quello che partì con l’attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura.
Ai diciassette “danni collaterali” del 12 dicembre però, qualche giorno dopo, se ne sarebbe aggiunto un diciottesimo, di cui (a differenza degli altri) la vera dinamica della morte resta tuttora oggetto di mistero. La persona in questione si chiamava Giuseppe Pinelli, era un ex ferroviere e anarchico convinto. Giuseppe iniziò la sua militanza nel 1963 unendosi ai giovani anarchici della Gioventù Libertaria, due anni dopo era già tra i fondatori del circolo Sacco e Vanzetti. Nel 1968 uno sfratto costrinse lui e altri militanti alla chiusura del circolo, ma subito dopo, Pinelli era di nuovo in prima fila e insieme ad altri compagni fondò un nuovo Circolo: da qui iniziò un intenso periodo di assemblee in cui diventò uno tra i promotori della ricostruzione della sezione dell'Unione Sindacale Italiana (USI), l'organizzazione di ispirazione sindacalista rivoluzionaria e libertaria.

È dunque questo il profilo del ferroviere che la notte tra il 15 e il 16 dicembre, ben 52 anni fa, precipitò dall’ufficio del commissario Luigi Calabresi, ubicato al quarto piano della Questura di Milano. Ancora non conosciamo la verità su quanto veramente accadde dietro la porta chiusa dello studio di Calabresi con il quale, a detta della moglie Licia, Pinelli avrebbe avuto un rapporto confidenziale. È noto però, che la permanenza Pinelli all’interno della Questura sia iniziata proprio la sera della strage, il 12 dicembre. Il ferroviere anarchico, stando alle dichiarazioni della moglie quella sera “non tornò a casa perché fu fermato, mi telefonò poco più tardi per tranquillizzarmi, direttamente dalla Questura avvisandomi del fermo che aveva subito insieme a tanta altra gente, e che quindi si trovava lì temporaneamente”. Giuseppe, dunque, come riferito in una telefonata alla compagna Licia, era convinto di essere lì per pura formalità, di certo all’oscuro del fatto che sarebbe stato trattenuto illegalmente per i successivi tre giorni, fino alla sera 15 dicembre, giorno in cui verrà portato al quarto piano per essere nuovamente interrogato. Secondo la ricostruzione ufficiale, all’interno dell’ufficio di Calabresi, la sera del 15 dicembre (quella notte), si trovavano quattro poliziotti, un carabiniere e lo stesso commissario. Quest’ultimo però, intorno alla mezzanotte, lasciò la stanza per andare a parlare con un suo superiore e proprio poco dopo Pinelli si sarebbe gettato dalla finestra.

“Erano venuti due giornalisti, informandomi del gesto di mio marito. Ho telefonato a Calabresi chiedendogli perché non mi avesse avvisata nell’immediato, ma lui mi liquidò dicendo di essere stato troppo impegnato. Mi preparai e andai in Questura con mia suocera, quando sono arrivata erano già tutti all’interno della struttura”. Furono le parole di Licia Pinelli, in un'intervista condotta dal programma Report, andata in onda su LA7. Sempre parlando di quei tragici istanti raccontò che la suocera “mi guardò e mi disse: chissà cosa diranno domani di Pino (Giuseppe)”.

Ad assumersi la responsabilità della comunicazione di quanto avvenuto alla stampa nazionale fu il Questore fascista Marcello Guida, (che aveva diretto il confino nell’isola di Ventotene dov’era detenuto tra gli altri Sandro Pertini), che il mattino successivo dichiarò ai giornalisti le seguenti parole: “L’alibi di Pinelli era crollato, lui si era sentito perduto, e si era gettato dalla finestra in una sorta di autoaccusa”. L’uscita di Guida fu subito contestata dalla famiglia dell’anarchico che gli fece causa, le due parti però non finirono mai in tribunale.

L’indagine sulla morte di Pinelli venne archiviata dal sostituto procuratore Giuseppe Caizzi che definì la vicenda come “morte accidentale”; termine che fece copiosamente aumentare la rabbia e l'indignazione pubblica e della stampa e che ribattezzò Calabresi “commissario finestra”, accusandolo del “suicidio” di Pinelli tramite una feroce campagna mediatica. Dal canto suo, il commissario continuò a sostegno della propria versione, secondo la quale nell’esatto momento in cui si verificò il fatto, lui fosse nell’ufficio del suo capo Antonino Allegra.

Una svolta però, sarebbe potuta arrivare nell’anno 1971, quando la difesa dell’ormai “commissario finestra” ricusò il giudice, facendo partire una seconda inchiesta affidata a Gerardo d’Ambrosio, il quale, dopo aver fatto riesumare il corpo dell’anarchico, concluse la sua indagine con una definizione ancora più ambigua e singolare: quella del “malore attivo”.

Le speranze della famiglia Pinelli di avere verità e “giustizia” sulla tragica fine di Giuseppe subirono un grave colpo nel 1972, quando Calabresi venne freddato sotto casa. Per l’omicidio verranno condannati quattro esponenti di Lotta continua: il reo confesso Leonardo Marino, il quale nel 1988 chiamò in causa anche Adriano Sofri, Giorgio Pietro Stefani e Ovidio Bompressi. Come tutte le dinamiche processuali della questione Pinelli, anche il pentimento di Marino non si esentò dall’alone di numerosi sospetti.

La morte, o l’assassinio di Giuseppe Pinelli è soltanto un altro sporco pezzo del puzzle contrassegnato da una lunga serie di depistaggi e di bugie che composero la vicenda di Piazza Fontana. Cosa certa però, è che la morte dell’ex ferroviere determinò un ruolo fondamentale nella costruzione di un percorso, giudiziario e mediatico, che sviò le indagini, allontanandole dai veri colpevoli, cioè dalla matrice neofascista facente parte del gruppo Ordine Nuovo.

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