Con il sacerdote anche Aaron Pettinari: "Se non comprendiamo cos’è la mafia non avremo mai la verità"

L’80% dei familiari delle vittime delle organizzazioni mafiose non conosce la verità, o la conosce in parte. Il diritto alla verità è un diritto fondamentale per tutti. Di tutte le altre stragi non conosciamo la verità. Conosciamo solo quella della strage della Loggia. Ciò ci pone interrogativi e dubbi ma ci dà anche la forza di prendere coscienza come associazioni e cittadini”. A dirlo è don Luigi Ciotti, intervenuto ieri pomeriggio al convegno online organizzato dall’Università delle Tre Età di Velletri dal titolo “Mafia e Stato: crimine e legalità”.

Siamo chiamati anche noi - ha aggiunto Ciotti - a metterci più in gioco e fare la nostra parte anche perché la malattia più terribile di oggi è la delega, oltre all’indifferenza e alla rassegnazione. Noi ci siamo collegati qui insieme, io piccolo piccolo, assieme ad altri amici per dire che le cose devono cambiare. Che non ci rassegniamo, dopo duecento anni, a porci domande sulle mafie. Ci vuole una risposta che non può essere solo affidata a magistratura e forze di polizia. C’è un ruolo che richiama anche noi cittadini a metterci di più in gioco. Lotta alla mafia vuol dire risposta repressiva che deve essere data ma anche culturale e sociale che vuol dire anche lavoro”. Una risposta, ha spiegato il fondatore di Libera Contro le Mafie, “educativa oltre a quella della forza”.
Lotta alle mafie vuol dire anche educazione, cultura, casa lavoro”. “La risposta repressiva e il lavoro di magistrati va incoraggiato e sostenuto e dotati di mezzi e persone”, ha concluso sul punto il fondatore del Gruppo Abele. “Ma tocca anche a noi cittadini fare di più la nostra parte”.

Il ruolo della memoria
Sul tema della verità è intervenuto anche il capo redattore di ANTIMAFIADuemila Aaron Pettinari, ospite insieme a Don Ciotti dell’appuntamento organizzato in webinar dall’università di Velletri. “Se noi non comprendiamo cosa sono oggi le mafie e come queste si sono trasformate nonostante le molteplici operazioni e tutte le grandi normative varate, credo che non sapremo la verità e non potremo mai riappropriarci della nostra dignità come cittadini e popolo italiano”, ha affermato il giornalista. “I boss - ha ricordato Pettinari - sono tutti in galera meno che Matteo Messina Denaro che è ‘introvabile’”. “Dietro la sua latitanza - ha spiegato - come dietro quelle che furono di Totò Riina, e Bernardo Provenzano si nascondono segreti e forse per questo godono di così tanta protezione di tante facce del potere: quello politico-economico, quello finanziario e quello massonico”. “Le inchieste raccontano come le nostre mafie grazie ai miliardi del narcotraffico possono drogare la nostra economia, democrazia e libertà”, ha aggiunto Aaron Pettinari. “Soprattutto in tempi di crisi come quello odierno. Appare un quadro desolante soprattutto con la politica che non decide mai di mettere la lotta alla mafia nei primi punti della propria agenda politica. Penso che in un Paese come il nostro che necessità di memoria, c’è anche un'ondata di ultra destra molto pericolosa o logiche eversive”. Secondo il giornalista, “la rivoluzione vera passa da ciò che ha detto don Luigi: rivoluzione sociale, culturale. Deve riguardare soprattutto i cittadini e in particolare le giovani generazioni. C’è un intellettuale di cui non condivido sempre tutto ma c’è una frase che spesso mi torna in mente, José Saramago: ‘Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere’”. “Io penso - ha concluso - che questo debba essere lo spirito che deve muovere ognuno di noi. Ecco perché incontri come questo sono fondamentali, perché permettono tutti di essere più coscienti”.

Il “terzo livello”
Tornando a don Ciotti, il fondatore di Libera ha parlato anche del cosiddetto “terzo livello”. Un sistema di potere occulto che già il giudice palermitano Giovanni Falcone aveva individuato localizzarsi nelle sfere del potere a fine anni ’80. “Nel 1987 Falcone già parlava di colletti bianchi”, ha ricordato Don Ciotti. “Parlava di convergenza di interessi”. Da qui arrivò l’esigenza di elaborare il concorso esterno in associazione mafiosa e “che la stessa diventasse legge per persone esterne ma collegate all’organizzazione. Ovvero convinzione che la convergenza di interessi costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa nostra”. Ma cos’è il “terzo livello”? Secondo don Ciotti, si tratta di “una sorta di super cupola che presenta segmenti della massoneria deviata, della politica, dell’alta finanza, dei servizi segreti”. “La storia ci ha consegnato tutto questo, un vertice politico e finanziario”.

L’esistenza del terzo livello - ha ricordato il sacerdote - era sostenuta da quanti ritenevano che il rapporto tra mafia e politica fosse organico e pensavano che esso si materializzasse in un’entità straordinaria e sovraordinata all’organizzazione criminale. Ma c’è anche chi negava questo terzo livello da chi riteneva che il rapporto non andasse al di là di collegamenti episodici fra qualche boss e qualche politico e considerava la mafia come organizzazione criminosa chiusa in se stessa. E invece no. Quello che Giovanni Falcone aveva visto era appunto una entità sovraordinata all’organizzazione criminale”.
Quel che per noi conta di più è quel terzo livello che oggi viene riconosciuto”, ha concluso. E questo “lo dobbiamo anche al sacrificio di tanti uomini e donne che hanno speso la loro vita”.

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