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Dal 1997 il collaboratore di giustizia ha parlato di mafia, politica e imprenditoria
Si è appresa oggi la notizia della morte del collaboratore di giustizia Angelo Siino, (77 anni) detto 'Bronson', definito grossolanamente il 'ministro dei Lavori pubblici' di Cosa nostra poiché considerato la mente economica del boss Totò Riina. Angelo Siino, cresciuto nelle assolate campagne di San Giuseppe Jato, è stato un personaggio estremamente complesso nel panorama della Sicilia passata e recente: ha gestito per conto dei boss mafiosi l'affidamento di numerosi appalti pubblici, frequentava l'intera Cupola di Cosa nostra, dai boss Provenzano e Riina, a Brusca e Bontate, fino all'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Due anni fa la sua vita era stata stravolta dal suicidio del figlio, Giuseppe Siino, consumato a San Michele delle Abbadesse, in provincia di Padova dove viveva sotto protezione, in seguito ad un violento litigio con la moglie.
Sulla sua morte non state trovate motivazioni legate al mondo della mafia ma a una situazione familiare piuttosto grave. La donna, infatti, aveva subito a lungo le violenze da parte del marito e dopo l'ennesima lite si era rifugiata in casa dai vicini assieme al proprio figlio. Lì avrebbe chiesto di avvertire i Carabinieri perché si sentiva finalmente pronta a denunciare Siino. Quando il vicino, dopo alcuni minuti, era entrato in casa per cercare di convincere l’uomo a calmarsi e a riappacificarsi con la compagna lo ha trovato a terra, ormai morto a causa di un colpo di pistola.

La decisone di collaborare con la giustizia
Come 'ministro dei Lavori pubblici' di Cosa nostra aveva avuto da Totò Riina la "delega" ad occuparsi dei grandi appalti miliardari degli enti pubblici ed a mediare con gli imprenditori, grossi e piccoli, siciliani e del nord Italia e di curare la "divisione" delle tangenti per i politici che avevano aiutato Cosa nostra a gestire in prima persona con prestanomi i grandi appalti.
Il giorno in cui aveva deciso di collaborare avevano già sequestrato patrimoni per ben 12 miliardi di vecchie lire e stava scontando una pena a 8 anni di reclusione agli arresti domiciliari, raggiunto da un nuovo ordine di custodia cautelare per l'appalto truccato e gestito da Cosa nostra per i lavori della nuova pretura di Palermo.
Angelo Siino è stato definito un collaboratore di giustizia "eccellente", che per anni ha spiegato agli inquirenti tutti i retroscena di Cosa nostra. A cominciare dall'espansione degli interessi di Cosa Nostra nel Nord Italia e della discesa degli affaristi settentrionali nei meandri delle dinamiche mafiose. Le sue dichiarazioni, a partire dal 1997, hanno permesso di aprire un varco nell'intreccio tra mafia, politica e imprenditoria fino a quel momento soltanto sfiorati.
Il suo ruolo, già di consistente rilievo, era stato delineato anche da tre pentiti di primo piano di Cosa nostra: Balduccio Di Maggio, Leonardo Messina e Giovanni Drago. Ma a raccontare fatti inediti e di grossa portata su Siino era stato il boss ormai pentito Giovanni Brusca il quale  faceva da tramite tra lui e Salvatore Riina.

Vita di un uomo di mondo
Ma prima di concludere è d'obbligo riportare alcune delle cose che Siino ha raccontato nel suo libro, fatti inediti su personaggi come Salvo Lima e Michele Sindona, senatori della Repubblica come Giulio Andreotti e Marcello Dell'Utri.
Ventotto capitoli densi di episodi raccolti con l'aiuto del suo avvocato Alfredo Galasso, che l'autore chiama sempre rispettosamente "il professore".
Un giorno l'eurodeputato Salvo Lima si era confidato con lui, criticando aspramente il ministro della Giustizia Claudio Martelli che aveva appena nominato Falcone direttore generale degli Affari penali. Scrive Siino: "Mi disse: 'Chistu si metterà l'Italia nelle mani'". Giovanni Falcone, per Lima e i suoi amici, stava diventato troppo potente e pericoloso. C'è un altro episodio che Siino ha raccontato in merito ad un omicidio che per fortuna non c'è mai stato: quello di Gianni Minoli. Il giornalista era andato in vacanza a Filicudi, dove in seguito erano arrivati anche Siino e sua moglie. Dopo poche ore Siino era stato avvicinato da un uomo che gli aveva portato un messaggio dal capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto detto "l'Avvocato". Un annuncio di morte per Minoli: "Parla assai". Il giorno dopo, aveva fatto le valige ed aveva anche telefonato ai boss più potenti della zona: "l'Avvocato"- gli avevano detto - da solo, non può prendere una decisione così importante.
E poi ancora, nell'agosto del 1979 Siino aveva fatto la conoscenza del bancarottiere Michele Sindona fuggito da New York e riparato a Palermo. Aveva ricevuto l'ordine di accompagnarlo e una sera a Mondello Sindona aveva parlato con qualcuno dal telefono di una cabina gridando: "Non mi puoi fare questo, se fallisco io succede il finimondo, altro che salvatore della lira". Pagina dopo pagina si arriva in una campagna alle porte di Catania: lì Andreotti si era incontrato con alcuni capomafia. Un capitolo è dedicato alle manovre dei reparti speciali dei carabinieri contro la procura di Palermo, un altro agli amici siculo-milanesi di Berlusconi, in un altro ancora si sfiora la trattativa Stato-mafia: "Non comprendo perché alcuni la considerino un'ipotesi assurda. Stato e Cosa Nostra, ma anche Camorra e 'Ndrangheta, hanno sempre traccheggiato".

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