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I ragazzi "quando trovano punti di riferimento credibili - insegnanti, associazioni - diventano più consapevoli. La strada l’ha indicata don Pino Puglisi. Noi dobbiamo accompagnarli - non portarli - e i cambiamenti si vedono. Ma lo dobbiamo fare con tutti. Bisogna raggiungere anche quelli che la scuola ha perso per strada. Se vogliamo davvero combattere le mafie, è lì che è necessario intervenire, riempiendo quello spazio di riferimenti, opportunità, progetti, proposte". Così don Luigi Ciotti, fondatore di 'Libera contro le mafie', ha risposto alle domande della collega Alessia Candito in un'intervista pubblicata su 'La Repubblica'.

Il sacerdote ha sottolineato che la lotta alla mafia "è un impegno innanzitutto culturale che parte dalla coscienza di ciascuno di noi, dalla consapevolezza del bene comune e della responsabilità di custodirlo e promuoverlo". "Solo coscienze sveglie, vive, non addomesticate né anestetizzate, possono contrastare efficacemente le mafie e tutte le forme di complicità, inerzia e indifferenza che le favoriscono". Infatti la pandemia con il suo carico di preoccupazioni e difficoltà ha in qualche modo modificato l’allarme sociale sulle mafie, rischiando, ha detto don Ciotti, "di far abbassare l’attenzione. Tanto più che già da molti anni i clan avevano scelto una strategia di basso profilo, contagiando un tessuto economico già caratterizzato da zone grigie o torbide. Per fortuna in questi quasi due anni c’è chi - come il procuratore capo della Dna, Federico Cafiero de Raho, e altri - ha puntualmente richiamato l’attenzione sul rischio che le mafie traessero dalla pandemia occasione di arricchirsi e potenziarsi, come accaduto in altre emergenze e crisi del passato. Tra queste voci, c’era anche Libera".

Il potere economico delle mafia è indubbio e, nel caso della ripartenza economica del Paese, può incidere molto. Tuttavia, come ha ribadito don Luigi, "la ripartenza presuppone un cambiamento di prospettiva culturale e politica, altrimenti sarà un ritorno a vie che hanno già mostrato di non portare a nulla di buono e costruttivo. Come dice papa Francesco, questo è 'un sistema ingiusto alla radice'".

Sistema che può essere sradicato applicando "la Costituzione" il vero "testo antimafia, perché i clan si combattono difendendo e promuovendo la giustizia sociale, oltre che quella dei tribunali. Le mafie hanno sempre approfittato non solo delle fragilità delle persone ma anche delle mancanze del sistema in termini di servizi, contesto sociale, lavoro, opportunità". Per questo c'è rabbia quando l'ingiustizia prende il volto della mafiosità. Ma, come ha detto don Ciotti, "la rabbia è una reazione che va trasformata in azione, altrimenti resta indignazione passeggera.

Deve diventare consapevolezza e responsabilità, sentimenti che, in tante realtà della Palermo attuale, hanno il volto concreto dell’impegno".

Il capoluogo siciliano dopo tanti anni, secondo il sacerdote, è diventata "una città più consapevole, capace anche di guardare nelle proprie ferite e contraddizioni, dunque capace di evolversi anche attraverso la memoria viva di quella stagione di sangue". Ciononostante sono ancora presenti in tutta la Sicilia - cosi come in tutta Italia - "forme di sottovalutazione, ignoranza, indifferenza o malafede" ha detto il sacerdote, sottolineando che c'è da mettere nel conto anche questi fattori quando si vuole "contrastare e sconfiggere le mafie".

Il protocollo 'Liberi di scegliere'

Don Ciotti rispondendo alle domande ha anche parlato delle sue esperienze all'interno di Libera e della crescita in termini di  conoscenza. “Sventurato è chi, in ogni ambito, si crede 'arrivato' e pensa di non avere più nulla da imparare” ha commentato. Il sacerdote ha poi parlato anche del  protocollo 'Liberi di scegliere' avviato assieme alla procura di Reggio Calabria dicendo che non solo è importante "ma cruciale, perché con 'Liberi di scegliere' è possibile colpire le mafie dall’interno, facendo leva su quelle coscienze vive, non allineate, che anche esistono nelle organizzazioni mafiose, soprattutto tra le donne. Un buon numero sono state aiutate a uscire dalle cosche, e la loro ritrovata libertà può essere da stimolo per altre e altri. Bisogna dunque incentivare questa via, anche tramite strumenti giuridici adeguati".

Alessia Candito ha chiesto, durante l'intervista, se la validità del progetto fosse stata compromessa dal momento che  "uno degli ex ospiti del programma è stato arrestato con l’accusa di essere un boss". Al che don Luigi ha risposto: "Assolutamente no: un esito negativo non può essere un pretesto per arrendersi. Deve anzi essere uno stimolo a esaminare con cura la vicenda per migliorare la prassi e impedire che situazioni del genere si ripetano. Tenuto conto che si ratta di vicende delicatissime, nelle quali entrano in gioco anche fattori non del tutto ponderabili". Senza mezzi termini infine il sacerdote ha detto con forza che il programma 'Liberi di scegliere' dovrebbe essere esteso a "tutte le regioni, a cominciare da quelle dove il controllo delle mafie continua a essere territoriale e a volte asfissiante".

Fonte: La Repubblica

Foto © Imagoeconomica

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