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E' stato ucciso ieri a colpi di pistola intorno alle 15.30 Salvatore Silipo, 29 anni, originario di Crotone e dipendente dell'azienda di pneumatici Dante gomme - sede in via Verga - di Cadelbosco Sopra, in provincia di Reggio Emilia.

L'aggressore, il 70enne Dante Sestito - titolare della medesima azienda - originario anch’egli di Cutro (Crotone) e residente nella suddetta città, è stato arrestato e portato nel carcere di Reggio Emilia. L'omicidio, secondo le ricostruzioni degli inquirenti sarebbe avvenuto alla fine di un'accesa lite tra i due. I carabinieri sono intervenuti poco dopo il fatto allertati da un parente della vittima che aveva sentito gli spari trovando sul luogo del delitto anche il figlio del proprietario, Antonio, anch'esso condotto successivamente in caserma.

L'arma del delitto, una revolver Smith e Wesson calibro 44 magnum, detenuta illegalmente e risultata rubata, è stata sequestrata insieme a 18 colpi di cui uno esploso. L'assassino è stato interrogato dal pm Piera Giannusa ma si è avvalso della facoltà di non rispondere. "Sui fatti - spiega una nota - sono in corso nel massimo riserbo le indagini in ordine al reato di omicidio". Una delle piste degli investigatori è legata all'origine comune dei due uomini, entrambi già lambiti da altre indagini. Infatti la stessa azienda era rimasta coinvolta in una maxi-inchiesta, chiamata "Billions", per associazione a delinquere e fatture false.

Le indagini sono ora coordinate dal sostituto procuratore della Procura di Reggio Emilia Piera Cristina Giannusa, che cercherà di chiarire la dinamica dell’omicidio e i motivi che hanno spinto i membri delle due famiglie ad incontrarsi all’interno del capannone chiuso al pubblico.

Ma sui social c’è già chi vorrebbe soffiare sulle fiamme della vendetta.

Scrive su facebook una persona che si firma con il cognome dei Ciampà, la storica famiglia di ‘Ndrangheta insediata in corso Nazionale a Cutro: “Che bastardi di merda. Uccidere un ragazzo e papà di due bambini. La stessa fine devono fare loro”.

Tornano alla mente le parole profetiche di Antonio Valerio pronunciate in aula nel 2018 a conclusione del processo Aemilia: “Altri ‘Ndranghetisti fuori si stanno riorganizzando, con mezzi e metodi diversi da quelli di oggi. Non illudetevi. A Reggio Emilia non è finito niente. Non è - finito - niente!”.

Il collaboratore di giustizia
L’elemento principe che collega la brutale esecuzione di sabato alle vicende della cosca originaria di Cutro sta nel fatto che Salvatore Silipo aveva due figli piccoli, secondo nato da pochi giorni. La madre, Pina Cortese, è la figlia poco più che ventenne del collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese, ex componente del gruppo armato della ‘Ndrangheta che rispondeva a Nicolino Grande Aracri. Cortese dal 2008 ha rappresentato una spina nel fianco della cosca e per questo è stato minacciato più volte di morte assieme ai membri della sua famiglia. Lo stesso Nicolino "Mano di gomma" (Grande Aracri) era arrabbiatissimo e voleva uccidere sua madre, mentre l’altro “pentito” Antonio Valerio ha raccontato che anche il capo emiliano Nicolino Sarcone, assieme ai suoi fratelli e in accordo con Alfonso Diletto, aveva deciso di eliminarlo.

Cortese e Valerio risultano ancora oggi decisivi con le loro ricostruzioni nei processi alla ‘Ndrangheta cutrese, come dimostrano i quattro ergastoli in appello sentenziati dalla Corte di Bologna per gli omicidi commessi a Reggio Emilia nel 1992. Uccidere Salvatore Silipo significava dunque anche uccidere il genero di Angelo Salvatore Cortese; ossia uccidere, per chi resta fedele alla famiglia di ‘Ndrangheta, un parente stretto di un traditore.

Altri elementi che riconducono alla 'Ndrangheta
Secondo le prima ricostruzione avvenute davanti al davanti al fratello di Salvatore, Francesco Silipo e al cugino Piero Mendicino, il ragazzo prima di esse ucciso sarebbe stato costretto ad inginocchiarsi. I due (Francesco e Piero) sarebbero riusciti a scappare e Francesco avrebbe incrociato poco lontano due carabinieri che hanno fatto irruzione nell’officina e hanno trovato Dante con la pistola ancora in mano. Se questo dovesse risultare vero, l'ipotesi dell'esecuzione di stampo mafioso diverrebbe ancora più concreta. Inoltre non sono due cognomi qualunque quelli di Silipo e dei Sestito. Entrambi infatti sono collegati alle  indagini e ai processi di ‘Ndrangheta e sulla criminalità organizzata degli ultimi anni in Emilia Romagna. La stessa officina del gommista, Dante Store, è considerata dagli inquirenti una ditta utilizzata per l’emissione di false fatture e la realizzazione di illeciti fiscali, come emergerebbe dal processo Billions, appena iniziato a Reggio Emilia davanti al giudice Andrea Rat, che vede richieste di rinvio a giudizio per 193 indagati. Sotto accusa è una organizzazione criminale operativa in mezza Italia, tra i cui dieci capi figura proprio Antonio Sestito, il figlio di Dante presente sabato sul luogo dell’omicidio. In soli due anni, tra il 2014 e il 2015, Dante Gomme aveva ricevuto false fatture per mezzo milione di euro relativi all’acquisto di 3mila penumatici inesistenti. Per quella ed altre frodi fiscali la procura della Repubblica di Reggio ha chiesto le misure cautelari per Antonio Sestito, che si trovava sul luogo del delitto al momento della sparatoria sebbene ristretto agli arresti domiciliari. In una intercettazione agli atti dell’inchiesta, Antonio aveva ricevuto la telefonata di un tale Michele che aveva contratto con lui un debito e che disperato gli dice: “E se non ti pago che fai, mi vieni a sparare Anto’? Mi mandi qualche tuo amico come Turrà?”. Il riferimento è a Roberto Turrà, condannato in via definitiva in Aemilia come appartenente alla cosca Grande Aracri/Sarcone. Anche la vittima, Salvatore Silipo, aveva precedenti penali. L’uomo era finito agli arresti nell’aprile del 2020 quando i carabinieri avevano trovato nel garage della sua abitazione a Santa Vittoria – una frazione di Gualtieri – un laboratorio per il taglio della cocaina, sequestrando due etti e mezzo di droga e materiali per il confezionamento delle dosi. Della sua famiglia cinque persone sono state rinviate a giudizio nel maxi processo Aemilia alla ‘Ndrangheta emiliana e tutte condannate a pene pesanti, ad esclusione di Floriana Silipo assolta in Appello. Tra i condannati anche un Salvatore Silipo omonimo della vittima, di cui era cugino.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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