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La criminalità organizzata pugliese si contraddistingue per una spiccata eterogeneità geografica e strutturale.
Infatti, “a differenza di altre mafie - governate da una “cupola” e capaci, quanto meno nei momenti di criticità o per comuni interessi, di rispettare gerarchie interne ed esterne, di creare alleanze stabili, di seguire strategie concordate - la mafia pugliese è caratterizzata da incontenibile effervescenza che si riflette sulla composizione e la potenza dei sodalizi”, afferma il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte Suprema di Cassazione, Giovanni Salvi.
Sono diverse le organizzazioni mafiose che si dividono il territorio: nella provincia di Foggia troviamo la Società Foggiana, la Mafia Garganica e la Mafia Cerignolana; nella provincia di Bari la Camorra Barese e nel Salento la Sacra Corona Unita.

Le mafie della Capitanata

La Società Foggiana
Nella Capitanata una posizione di rilievo è occupata dalla Società Foggiana che sta allungando i suoi tentacoli anche in altre regioni come l’Emilia Romagna, l’Abruzzo e il Molise. Dalle indagini è emerso che la Società Foggiana è un “soggetto camaleontico”, in grado “di rispondere alle azioni repressive dello Stato con una diversa fisionomia che ne mimetizza i caratteri originari avvalendosi di quell’area grigia costituita da imprenditori, professionisti e appartenenti alle istituzioni compiacenti o contigui ai clan”, si legge nella relazione della Direzione Investigativa Antimafia.
La Società Foggiana è divenuta il primo nemico dello Stato”, afferma il Procuratore Nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho.  Una mafia che ha ormai una significativa vocazione imprenditoriale, capace di aprirsi alla modernità pur restando fedele alla sua tradizione, orientandosi verso un più evoluto modello di “mafia degli affari”.
…tutti gli organi istituzionali (dal CSM al Parlamento) riconoscono la terribile pericolosità di questa mafia. Non solo per la capacità militare, ma soprattutto per la capacità di controllo del territorio e di infiltrazione nel tessuto economico politico. In altre parole, un controllo assoluto del territorio”, è l’allarme del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bari, Roberto Rossi.
La Società Foggiana è radicata nel capoluogo ed è articolata in tre diverse consorterie mafiose, denominate batterie: Moretti-Pellegrino-Lanza, Sinesi-Francavilla e Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese. Questi clan, da tempo, sia pure a fasi alterne, hanno intrapreso una sanguinosa guerra di mafia per il controllo degli affari illeciti.
L’operazione di polizia giudiziaria denominata “Decimabis”, eseguita il 16 novembre 2020 dalla Polizia di Stato e dall’Arma dei Carabinieri, ha consentito di far luce sugli equilibri interni delle tre batterie della Società Foggiana “evidenziandone la pervasiva e sistematica pressione estorsiva nei confronti di imprenditori e commercianti di Foggia gestita secondo un codice regolativo predefinito, condiviso e significativamente denominato come il Sistema Foggia”. Dalle indagini è emerso che la Società Foggiana non si limita a formulare richieste estorsive ma impone i prodotti da vendere nel capoluogo provocando un’inevitabile contrazione dei redditi, “impedendo la crescita economica della città di Foggia”. La reticenza delle vittime dei taglieggiamenti nei confronti delle Forze di Polizia dimostra la loro soggezione al “prestigio criminale” del sodalizio mafioso che “per la sua fama negativa e per la capacità di lanciare avvertimenti, anche simbolici ed indiretti, si è accreditata come un centro di potere malavitoso temibile ed effettivo”. Questa situazione di diffusa sottomissione segna il passaggio da un modello tradizionale di racket ad uno molto più subdolo e insidioso in cui, per attuare l’estorsione, basta la fama criminale e la forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo: la cosiddetta estorsione ambientale. All’interno della Società Foggiana c’è una rigida scala gerarchica che prevede “punizioni corporali nei confronti dei sodali non rispettosi delle regole dettate dai vertici” e dinamiche organizzative ed operative finalizzate al controllo di ogni settore economico-produttivo cittadino “dalle agenzie funebri ai gestori di slot machine, passando per gli esercizi commerciali, per finire alle corse dei cavalli”.  La Società Foggiana, definita “metastasi tumorale” dagli investigatori della DIA, è stata in grado di influenzare anche l’azione amministrativa attraverso quella cosiddetta “zona grigia” composta da professionisti e dipendenti pubblici infedeli “sempre pronti ad aderire o addirittura a prevenire con estremo zelo le richieste in ordine ai bisogni o alle aspettative più svariate, anche quando non compatibili con norme di legge o doveri deontologici, per il rispetto portato verso i rappresentanti delle batterie ed il desiderio di evitare qualsiasi genere di insoddisfazione dei temibili interlocutori”. A tal proposito, è emblematico il ruolo di un impiegato comunale che ogni giorno forniva al sodalizio mafioso il numero esatto dei decessi, indicando l’agenzia di onoranze funebri interessata. Le informazioni dettagliate hanno permesso alla criminalità foggiana di esercitare “un sistematico controllo estorsivo sulle agenzie funebri fissando nella somma di 50 euro il pizzo dovuto per ogni incarico funerario modificando in tal modo le precedenti pratiche estorsive che prevedevano la corresponsione di 500 euro al mese”.
La Società Foggiana è attiva anche in altri settori, da quello delle competizioni sportive ippiche che consentono di realizzare cospicui guadagni attraverso le scommesse a quello delle assegnazioni degli alloggi popolari e delle patenti di guida. I profitti derivanti dalle estorsioni esercitate “a tappeto” nei confronti di tutti gli operatori economici finiscono nella “cassa comune” necessaria per il sostentamento dei sodali, anche di quelli detenuti,  delle rispettive famiglie e per il pagamento delle spese legali. L’attività usuraria, invece, è svolta in maniera autonoma dagli affiliati e il relativo profitto è “slegato dalle regole di solidarietà e assistenza mafiosa”.
La pressione estorsiva della Società Foggiana sul tessuto socio-economico locale è stata evidenziata anche con l’ulteriore step dell’indagine “Decimabis” del 26 dicembre 2020.


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Per quanto riguarda il mercato degli stupefacenti, i numerosi arresti e i sequestri di droga confermano come tutto il foggiano rappresenti un crocevia strategico per il narcotraffico favorito dalle coste garganiche che consentono i traffici illeciti, soprattutto con l’Albania. Le recenti indagini corroborano le dichiarazioni di un attendibile collaboratore di giustizia secondo cui il mercato della droga, a Foggia, sarebbe soggetto a regole diverse rispetto al passato con il riconoscimento all’organizzazione mafiosa del cosiddetto “punto”, vale a dire l’importo richiesto agli spacciatori per lo spaccio di stupefacenti.
Dall’indagine “Grande Carro” del 27 ottobre 2020, che si è concentrata sulle dinamiche criminali dell’articolazione Delli Carri, una costola della “macrostruttura mafiosa” dei Sinesi-Francavilla, è emerso anche un meccanismo fraudolento di carattere transnazionale nel settore dell’agricoltura. Un sistema illecito che si basava sull’utilizzo di società cartiere aventi sede in Romania e Bulgaria e sulla complicità di funzionari regionali infedeli e professionisti del settore che eludendo le procedure e sovrastimando i costi dei lavori e dei macchinari, consentivano a persone fisiche e giuridiche riconducibili all’organizzazione di beneficiare di erogazioni milionarie. Fondamentale il ruolo di un imprenditore che, facendo leva sulla protezione dei Delli Carri, ha funto da elemento di raccordo con i “colletti bianchi”, vale a dire quegli “uomini cerniera” mediante i quali la mafia foggiana “costruisce il suo capitale relazionale, funzionale a far prosperare le sue attività illecite”. Potendo quindi disporre di ingenti somme di denaro, il clan costituiva una holding transnazionale tra Romania-Bulgaria-Italia (con basi nelle province di Foggia e Salerno) per comprovare tramite alcune società estere e italiane una serie di operazioni inesistenti. Le operazioni di riciclaggio avvenivano attraverso società intestate a prestanome ed erano curate da uno dei fratelli Delli Carri, elemento di spicco della batteria Sinesi-Francavilla, da anni residente a Rimini, dove curava gli investimenti finanziari nel settore della ristorazione, dei giochi e delle scommesse. In questo contesto si è rivelato importante il ruolo svolto da un avvocato che “… ha stabilmente e continuativamente garantito un effettivo contributo causale in termini di agevolazione dell’operatività del sodalizio indagato, attraverso consulenze che esulavano i limiti di una normale e deontologicamente corretta attività difensiva…”. Il gruppo criminale è riuscito così ad accumulare una grossa quantità di denaro che ha tentato di riciclare tramite operazioni transnazionali come quella del valore di mezzo milione di euro per l’acquisto di un complesso immobiliare sito a Praga (Repubblica Ceca), grazie all’aiuto di due imprenditori foggiani stanziati in quella nazione. In questa storia è emblematico il rapporto con un ex consigliere regionale che, in cambio del sostegno elettorale nelle elezioni amministrative comunali del 2014 a Foggia, curava gli interessi economici del clan nel settore dell’agroalimentare. Dagli approfondimenti risulta che gli indagati hanno percepito indebitamente contributi per l’agricoltura erogati dall’UE e dalla regione Puglia. Le indagini hanno portato al sequestro per equivalente di 13 milioni di euro e al sequestro preventivo di 3 milioni di euro. I sigilli sono stati apposti a beni mobili, immobili, quote societarie, compendi aziendali e rapporti bancari e finanziari.

La Mafia Garganica
Il panorama criminale dell’area garganica è fortemente caratterizzato dalla presenza del clan dei cosiddetti Montanari, al cui interno la famiglia Li Bergolis di Monte Sant’Angelo svolge un ruolo di primo piano. Il sodalizio criminale è dedito al traffico di sostanze stupefacenti, alle estorsioni, al riciclaggio e al reimpiego di denaro di provenienza illecita in attività commerciali e alle rapine ai portavalori. In quest’ultimo settore avrebbe più volte interagito con la criminalità del Basso Tavoliere, soprattutto con quella cerignolana. Al di fuori dei confini regionali opererebbe con alcune cosche calabresi. L’instabilità e i vuoti di potere nelle opposte fazioni dei Li Bergolis e dei Romito offrono, da un lato, l’occasione alle nuove leve di scalare i vertici dell’organizzazione, dall’altro consentono alla mafia foggiana e a quella cerignolana di esercitare una maggiore influenza sugli equilibri e gli assetti dell’intero Gargano.
Il clan Li Bergolis rappresenta il punto di riferimento per gli altri gruppi attivi nel promontorio, come quello dei Lombardi detti “Lombardoni” di Monte Sant’Angelo presenti anche a Sannicandro Garganico e Manfredonia, dei Prencipe originari di San Giovanni Rotondo e degli Iannoli-Perna il cui referente attualmente libero è considerato uno dei due luogotenenti del reggente della famiglia Li Bergolis. Il clan ha allungato i suoi tentacoli su Manfredonia e Mattinata, territori un tempo egemonizzati dai Romito cercando di penetrare nel tessuto socio-economico al fine di controllare i settori più importanti. Un cambio di strategia che rende questa mafia sempre più imprenditrice come dimostrano le interdittive antimafia emesse nel mese di luglio dal Prefetto di Foggia nei confronti di un’impresa agricola e di una ditta di pulizie, con sede a Monte Sant’Angelo, i cui titolari sono ritenuti vicini al clan Li Bergolis.
Il clan ex Romito, originario di Mattinata-Manfredonia, fino agli inizi degli anni Duemila era inquadrato nel clan dei Montanari. Il Processo Iscaro-Saburo del 2004 ne acclarava la scissione e l’inizio della faida contro la famiglia Li Bergolis. Alla stregua dei Montanari, questo clan può far leva su “appoggi e sinergie” nell’intera area garganica “attraverso figure di estremo interesse come quella che funge da raccordo con il clan Raduano di Vieste”. Grazie alla sua posizione geografica e alla peculiare morfologia delle coste, Vieste rappresenta un’importante rotta per i traffici di marijuana proveniente dai Balcani, soprattutto dall’Albania, costituendo un terreno fertile per la criminalità locale attiva nel ricco settore delle sostanze stupefacenti. Anche il fiorente settore turistico con il suo florido indotto economico (strutture ricettive, attività di ristorazione, guardianie e servizi vari) è sotto l’influenza dei clan sia per le attività estorsive, sia per la gestione diretta delle attività imprenditoriali sane allo scopo di riciclare i proventi illeciti.   
Nel panorama generale dell’area garganica assumono un ruolo sempre più importante anche i territori di San Marco in Lamis e Rignano Garganico da una parte e San Nicandro Garganico e Cagnano Varano dall’altra. Comuni da considerarsi cerniere di un altro complesso contesto criminale. Nell’area di San Marco in Lamis e Rignano Garganico, infatti, ai gruppi locali dei Martino (già federati ai Li Bergolis-Miucci) e dei Di Claudio-Mancini tra loro contrapposti, si aggiungerebbero anche “sacche di pregiudicati cui talvolta si rivolgono i sodalizi di Foggia, San Severo e Gargano”.
L’area a nord del promontorio rappresenta un crocevia tra la criminalità garganica e quella sanseverese. In questa zona si registra una situazione di particolare fermento. In questo contesto territoriale, soprattutto a San Nicandro Garganico, sarebbe attiva, nel campo degli stupefacenti e delle rapine, la famiglia Tarantino (in passato coinvolta nella “faida Garganica” che la vide scontrarsi con la famiglia Ciavarrella). In seguito alla scarcerazione del suo capo, sembra che il clan abbia scalato le gerarchie garganiche anche grazie all’asse con il clan dei Montanari di Monte Sant’Angelo.
L’area di San Giovanni Rotondo, al pari dei comuni di San Marco in Lamis, San Nicandro Garganico e Cagnano Varano, “rappresenta uno snodo strategico e di interesse per le varie compagini criminali della zona”. Nonostante siano stati arrestati esponenti di primo piano della Mafia Garganica, non sembra diminuito il predominio del clan Li Bergolis che, nel tempo, si è riorganizzato con un mix di vecchie e nuove leve molto attive nel traffico delle sostanze stupefacenti. Al suo interno, però, ci sono anche soggetti che, seppur collegati al clan dei Montanari, “svolgono le loro attività criminali in maniera autonoma e controcorrente rispetto ai consolidati equilibri esistenti rendendo quel territorio una sorta di zona fluida”. Ciò è emerso in occasione dell’operazione antidroga denominata “Drug Express” del 19 dicembre 2020. L’indagine ha consentito di scompaginare un gruppo criminale attivo nello spaccio di stupefacenti a San Giovanni Rotondo con canali di approvvigionamento a Cerignola. Il traffico era gestito da un pregiudicato vicino alla batteria mafiosa Prencipe, a sua volta collegata ai Li Bergolis di Monte Sant’Angelo.


citta san severo da sito comune

San Severo centro città


I Gruppi criminali del Tavoliere
I gruppi criminali del Tavoliere confermano la propria rilevanza rispetto ai traffici illeciti che si svolgono nell’intera regione e in qualche caso su tutto il territorio nazionale, nonché una commistione d’interessi e di collaborazione con la criminalità organizzata del capoluogo e del Gargano”.

Alto Tavoliere: la città di San Severo
Nell’area dell’Alto Tavoliere la città di San Severo è epicentro delle dinamiche del territorio essendo particolarmente influenzata dalle espressioni mafiose del capoluogo in particolare quella facente capo alla batteria foggiana dei Moretti-Pellegrino-Lanza”.
Dalle indagini “Hydra” (dicembre 2019) e “Ares” (giugno 2019) è emerso l’interesse di un boss del clan Moretti della Società Foggiana che cerca di allargare il “suo programma di espansione e di assoggettamento”. La già citata indagine “Ares” ha confermato l’esistenza sul territorio di San Severo dell’associazione mafiosa Nardino oltre a quella dei La Piccirella-Testa. I due clan si sono scontrati durante l’ultima guerra di mafia avvenuta tra il 2015 e il 2018.
La criminalità sanseverese vanta buoni rapporti con la Società Foggiana e con la Mafia Garganica nel territorio di San Nicandro Garganico e al di fuori dei confini regionali con Camorra, ‘Ndrangheta e Criminalità Albanese. Queste relazioni le consentono di ricoprire un ruolo determinante nel traffico degli stupefacenti con canali di approvvigionamento anche esteri e di proporsi come crocevia extraregionale soprattutto verso il Molise e L’Abruzzo.
Tra le molteplici operazioni antidroga, vanno menzionate “Family business” e “Jolly” perché “evidenziano il ritorno delle famiglie storiche della criminalità sanseverese anche grazie all’avvento delle nuove generazioni e confermano la loro influenza nei vicini comuni di Poggio Imperiale, San Paolo di Civitate, Apricena e Torremaggiore”.
La criminalità organizzata sanseverese si distingue anche per la sua efferata partecipazione, in sinergia con altri sodalizi, a varie attività criminali (furti di autovetture, commessi anche fuori regione, seguiti dalla tecnica estorsiva del “cavallo di ritorno”; imposizione della guardiania, usura, traffico di armi, ricettazione/riciclaggio di autovetture di grossa cilindrata).

Il Basso Tavoliere

La Mafia Cerignolana
Nel Basso Tavoliere il ruolo dominante e indiscusso del controllo del territorio spetta sicuramente alla Mafia Cerignolana che grazie a un modus operandi sempre più complesso e sofisticato si sarebbe infiltrata in modo subdolo nei più importanti segmenti economico-finanziari. La capacità criminale di sapersi rigenerare in modo strutturale unita alla efferata capacità di controllo dell’eterogeneo tessuto criminale, verosimilmente dovute alla presenza di un organo decisionale condiviso, le avrebbero consentito di affermarsi nello scenario criminale della provincia di Foggia al punto da fungere da anello di congiunzione in molte delle attività illecite tra diversi fenomeni criminali: Mafia Garganica, Società Foggiana, criminalità andriese, bitontina e barese”.
Il gotha della mafia cerignolana”, rappresentato dai vertici del clan Piarulli, è riuscito ad allungare i suoi tentacoli su aree delle province di Foggia e di Bari-Andria-Trani, infiltrandosi nel tessuto economico di quei territori anche attraverso attività di riciclaggio. Viene definita mafia degli affari perché è sempre meno legata a una struttura rigida basata su vincoli di familiarità (caratteristica peculiare della mafia foggiana e garganica) ed è sempre più proiettata verso il raggiungimento di obiettivi a medio-lungo termine. È attiva in diversi settori criminali, dal traffico illecito di armi e stupefacenti ai reati di natura predatoria (rapine ai tir, furti di autovetture e mezzi pesanti), che vengono realizzati attraverso una commistione tra criminalità comune e criminalità organizzata rendendo difficile distinguere tra i due fenomeni. Gli assalti ai portavalori hanno consentito alla criminalità cerignolana di acquisire un valore aggiunto sia in termini finanziari che di carisma delinquenziale, con ripercussioni nei rapporti con le altre organizzazioni.
Per quanto riguarda gli equilibri interni, si registrerebbe una risalita del clan Di Tommaso, responsabile soprattutto di reati predatori. In una struttura criminale così complessa, potrebbero sorgere delle criticità derivanti dallo scollamento tra i propri vertici e una base formata da una criminalità comune, funzionale a quella organizzata, pronta a scalare le gerarchie. In quest’ottica dev’essere letto l’omicidio di un pregiudicato, avvenuto con modalità mafiose a Cerignola il 31 luglio 2020.

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